Parafrasando Kurt Weill, potrebbe intitolarsi “Ascesa e caduta di una giornalista d’assalto” l’ultimo film scritto e diretto da Bruno Dumont in concorso al 74º Festival di Cannes, oppure parafrasando Guy Debord, “Ascesa e caduta della società dello spettacolo”, oppure Par un demi-clair matin, che era in verità il titolo di lavoro del film e prima ancora l’attacco di un saggio patriottico di Charles Péguy. In verità il film è intitolato semplicemente France, che è il nome della protagonista, interpretata da una sfolgorante Léa Seydoux, e allo stesso tempo del Paese che lei racconta attraverso i suoi spericolati servizi televisivi e dell’ossessione per la spettacolarizzazione del reale che affligge l’odierna società francese e più in generale occidentale. Ispirata alle celebri anchorwoman Laurence Ferrari (per i dibattiti in studio) e Christiane Amanpour (per i reportage di guerra), France, che di cognome fa De Meurs (omofono di mœurs, costumi), non è solo una rampantissima telecronista ossessionata da se stessa e dal suo successo, pronta a tutto pur di essere visibile, o meglio pur di potersi vedere negli occhi ammirati dei suoi spettatori, fino al punto di non esistere più al di fuori di quello sguardo e di quell’ammirazione, ma è anche la sintesi dei costumi di una società e di un Paese regrediti a un narcisismo primordiale, o meglio, come direbbe Marshall McLuhan, narcotizzati dalle estensioni di se stessi e perciò divenuti circuiti chiusi, incapaci di mettersi in discussione, colonizzatori di se stessi, autoreferenziali.

 

 

Dumont stesso ha definito il suo film «una riflessione sui media odierni» e nella sua scrittura-realizzazione si è chiesto come mai «molte brave persone che lavorano nel giornalismo sono coinvolte in un sistema che le schiaccia totalmente» e come mai «individui così intelligenti arrivano a considerare il loro pubblico così poco da proporgli roba così volgare», rendendosi responsabili di una vera e propria «alienazione del pubblico con la scusa dell’intrattenimento».Tra colpi di scena schiettamente melodrammatici, atmosfere inquietanti alla Lynch e le musiche surreali di Cristophe, morto di Covid durante la lavorazione del film, Dumont realizza un ritratto impietoso di un mondo in cui qualunque sentimento vero, gioioso o doloroso, è barattabile con la sua rappresentazione, qualunque trauma può trasformarsi rapidamente in scoop e qualunque scoop può essere facilmente spacciato per trauma, condannando i suoi abitanti a vivere imprigionati in una superficie impenetrabile, senza alcuna possibilità di scavo o approfondimento o ricerca di verità, senza poter vivere una vita autentica. A meno che una finzione più fasulla e cinica delle altre non produca un dolore vero in grado di aprire una crepa in quella superficie…

 

 

 

 

 

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