Il tema della doppia maternità non è propriamente nuovissimo, e, senza scomodare le parabole bibliche con Re Salomone sapiente e saggio, di recente il cinema, anche italiano, ha più o meno direttamente affrontato lo scottante argomento della maternità negata e delegata con L’arminuta di Giuseppe Bonito. Nel panorama internazionale, invece, Madres parallelas di Almodóvar istituisce un rapporto tra la maternità e la storia, l’errore e l’amore. Sempre nel cinema giapponese con Affari di famiglia Hirokazu Koreeda guarda il problema da altra angolazione, ma con accorata e intensa partecipazione, in un film che sa farsi pietra angolare del più vasto e difficile argomento, un film in cui i sentimenti si fanno largo in un inedito e solidale paesaggio familiare. Il film di Naomi Kawase, che si aggiunge alla lista, prende di petto il tema della maternità, rilanciando in più direzioni gli effetti piacevoli e spiacevoli della condizione di madre. È un film su questa condizione che trova nella centralità esclusiva del sentimento il suo pregio e il suo limite. La storia è quella di Satoko e suo marito che non possono avere figli, si rivolgono ad un’agenzia che ha per compito quello di fare crescere i figli di chi non può tenerli a chi non può averli. Asato è il bambino che Hikari, la giovanissima madre non può crescere. L’adozione funziona fin quando Hikari non rivendica il figlio o in alternativa una somma di denaro per non avere null’altro a pretendere.

 

 

Con True mothers la regista giapponese lavora in favore di una costante radiografia dei sentimenti dei due personaggi femminili che restano al centro della vicenda. Il film diventa una catalogazione quasi puntigliosa dei loro stati d’animo, una ricostruzione delle conseguenze delle reciproche decisioni, in rapporto alle interazioni tra i personaggi, tra assenze o presenze, tra rinunce e accettazioni. In True mothers non manca nulla o quasi di tutto quanto serva a portare fino in fondo la storia, come se non si dovesse lasciare nulla di intentato, nulla di scoperto, nulla o quasi lasciato al caso. Il film in questo senso ha il sapore di un saggio sulla maternità, uno studio psicologico profondo e, nei 144 minuti di durata, ci accorgiamo però che sa anche diventare, giocoforza, un album di sentimenti che incrociano il desiderio e il presunto rifiuto della maternità ed ogni sfumatura è guardata in questa ambivalenza, che si riflette anche sulla ferrea struttura del film, che istituisce un doppio binario sul quale da una parte corre il desiderio di Satoko che rappresenta la maternità desiderata e dall’altra l’impossibilità di Hikari di viverla come forma di realizzazione della propria esistenza. Lo sguardo di Kawase in questa prospettiva resta assorbente di ogni altro sentimento, anche di quello del piccolo Asato escluso da ogni coinvolgimento sentimentale, un protagonista senza protagonismo, un puro oggetto amoroso che diventa protagonista inconsapevole del contendere tra le due donne. Lo sguardo della regista non si appropria mai di quello del bambino e la sua condizione di figlio doppio resta marginale. Asato sembra collocato in un terreno di non appartenenza. L’esclusività materna assorbe l’intera narrazione, diventando struttura ad incastro, tra flashback e altre soluzioni che guardano ad una specie di celato e sottile egoismo di entrambe le figure materne, che si rivela in quel rapporto con il figlio. Un rapporto unidirezionale che non include i sentimenti di Asato, ma solo quelli che rispecchiano la loro condizione.  Si riaffermano diritti e prerogative e non è un caso che nei dialoghi del film, nel momento in cui le due madri si confrontano, non si parli mai dei sentimenti del bambino e del suo futuro o del suo presente, o del possibile trauma che potrebbe soffrire in quella inconsapevole incertezza che domina la sua vita. In mezzo Asami, che nella sua impossibile maternità, si adopera per mettere in relazione chi non può crescere i propri figli con chi quel desiderio non può soddisfare. Una sublimazione della maternità che sta perfettamente a metà tra i due sentimenti delle due protagoniste. Muovendo da questo assunto il film sembra esaltare quella simmetria, perfettamente funzionale all’impianto del film, un equilibrio che traduce l’idea di razionale scomposizione della vicenda in cui la materia sentimentale si dissolve nella distanza, nella minimale e sottilmente fredda semplicità del modulo narrativo.

 

 

Una caratteristica che contribuisce a mantenere il film su un livello di lieve raggelamento dei sentimenti, che sembrano tenuti a distanza in quel quadro quasi rigidamente binario dentro il quale il film scorre. Kawase conferisce alla sua storia una naturale patinatura, mai troppo fastidiosa, indubbiamente quasi a tratti incoerente con la vicenda, ma forse utile ad estraniare il suo sguardo da ogni coinvolgimento, da ogni partigianeria. Il film, nella sua apparente semplicità di impianto e nella sua classica opposizione tra due personaggi in un antagonismo originario, lascia ampi spazi di riflessione anche in funzione della evoluzione della sua autrice. True mothers si è spinto a ragionare sulle fondamenta di quell’istinto primordiale modificatosi nel tempo sulla scorta dei modelli di società, restando però quella della maternità una condizione riconosciuta come essenziale in quel legame che ha a che fare con il concetto più largo di famiglia (voglio una famiglia dice il marito alla moglie quando la coppia finalmente decide per l’adozione), in prospettiva futura per quella essenziale conservazione della specie. Non c’è dubbio dunque che a differenza di Almodóvar, che utilizza il tema materno come chiave per entrare nel mondo della storia, Kawase, invece, centri la propria attenzione proprio ed esclusivamente sul tema della maternità, scendendo nel particolare tra caratteri e relazioni, cause ed effetti. La scrittura e la realizzazione del film sembra costituire una guida ai sentimenti, in quei caratteri dei personaggi che soffrono, pur nella rigidità del pensiero asiatico, di una specie di stilizzazione caratteriale, un quasi archetipo per i caratteri di madri adottive e ragazze madri. Naomi Kawase, nonostante la durata del film, ha saputo lavorare in detrazione, raccontando una parabola con dei personaggi tipizzati, lavorando sui sentimenti, ma quasi raggelandoli. Forse era l’unico modo per razionalizzare il tema, affinché il racconto non fosse sovrastato dalle emozioni, con lo scopo di escludere qualsiasi retorica sulla maternità.Un particolare riconoscimento va fatto alle due interpreti capaci di affrontare anche le trasformazioni dei loro personaggi, e nel progressivo abbrutimento di Hikari il senso di una colpa non detta, che fa da contraltare all’incapacità di Satoko di dare voce al figlio, in quella acquisita centralità e irrinunciabile figura materna.

 

 

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