Il distacco, lo scioglimento dei legami, la frantumazione delle promesse sono le grandi questioni al centro del percorso cinematografico e televisivo condotto finora da Stefano Chiantini, regista e sceneggiatore nato nel 1974, abruzzese di origine ma romano d’adozione e formazione, giunto con Separazioni al suo decimo lungometraggio di finzione. Presentato al 43° Torino Film Festival nella sezione Zibaldone, il film racconta la drammatica vicenda di una famiglia scaraventata di fronte al vuoto e alla perdita, incapace di reagire e comprendere il senso del proprio esistere. Mara (Barbora Bobulova) e Pietro (Adriano Giannini) hanno due figli, Laura e Agostino, e condividono la passione per la montagna. Tutto cambia il giorno in cui Laura rimane vittima di un incidente in quota, insieme al suo fidanzato, e non viene più ritrovata. Il senso di inadeguatezza e totale smarrimento esistenziale contorna le ore e i giorni che Mara, Pietro e Agostino trascorrono in attesa di ricevere risposte di conforto dai soccorritori. È un fatto che sconvolge tutti facendo emergere segreti, fragilità e tradimenti ma ponendo ciascuno al cospetto della verità.

Nelle intenzioni il film di Chiantini si scaglia contro le certezze e la consistenza della famiglia in cui si svolge la vicenda raccontando il dolore causato dalla perdita, come dichiarato dallo stesso regista «un dolore che si insinua nei legami sgretolandoli, che increspa la superficie tirata a lucido di un microcosmo borghese, ne turba le simmetrie e ne mina le certezze». A ben guardare però, fin dall’esaustivo titolo, pare più interessato a mettere in scena una condizione emotiva disarmante che riguarda una pluralità di esperienze. Se da una parte, quindi, intende sollevare interrogativi drammatici sul senso del separarsi e del prendere le distanze dagli affetti speciali, dall’altra, in controluce, il film osserva il vuoto come una dimensione dell’anima, impossibile da decifrare per la sua ambiguità. Il segno più evidente di questo incedere lento e corrosivo, che consuma e turba, è offerto dal breve dialogo tra Mara (che di lavoro è una docente di latino in un liceo) e il sacerdote che si chiude sopra una constatazione dell’uomo: «Che alternativa hai oltre ad avere fede e sperare? Nessuna». Mara, per un attimo convinta, accende un cero.

Una fiamma che dovrebbe illuminare nel buio della disperazione, che potrebbe alimentare le sue aspettative ma che qualche giorno dopo, al contrario, verrà rabbiosamente spenta. In questo senso risulta efficace la scelta rigorosa e respingente del bianco e nero con cui il film è realizzato. Una soluzione rappresentativa del bisogno di inquadrare il rapporto conflittuale tra natura e cultura, tra mistero e assoluto, tra luci e ombre: geometrie razionali che impattano con il caos degli eventi, imprevedibili, indicibili, inspiegabili. Di questo si nutre Separazioni, un film che possiede una evidente e profonda religiosità nel senso proprio del termine che qualifica il legame con il totalmente altro, impossibile da contenere e forse da capire. Non è un caso che il primo oggetto filmato, simbolicamente, sia la statua di una madonna che viene trasportata in alto dalla seggiovia che silenziosamente e sinistramente si muove nella nebbia invernale, invisibile agli occhi degli esseri umani, impercettibile dalla maestosità della montagna. È una madonna che si rivedrà più avanti che assume un valore decisivo per entrare in contatto con un film che guarda in alto, in altum cioè nel profondo.

A tratti ricorda quel Sister di Ursula Meier, così attento a fotografare gli alti e i bassi della vita e del mondo. Chiantini racconta così la presenza di un’assenza con grande consapevolezza e onestà. Se da una parte offre allo spettatore la possibilità di immergersi in un Abruzzo algido e sobrio, lontano da qualsiasi compiacimento e senza smarrire lo sguardo di attenzione nei confronti degli spazi chiusi e contriti, dall’altra interpreta il freddo come elemento di un discorso che coinvolge l’umano nella sua complessità. Separazioni è un film che inizia nella verticalità, attraversa l’orizzontalità e finisce sulla verticalità, ponendo la montagna al centro di una riflessione che comprende tanto la colpa quanto l’amore, tanto il destino quanto la libertà. In questo, sia il lavoro sottrazione e di costruzione di senso dei fuoricampo, sia il lavoro di scrittura dei personaggi (in particolare quello di Mara interpretata da Bobulova) restituiscono allo sguardo dello spettatore l’idea di una domanda di senso così vasta da diventare non rappresentabile. Cosa resta senza l’altro?


