Kayla Day è all’ultima settimana della scuola media. È la ragazza più silenziosa della classe (e ha anche vinto un premio per questo). Passa le sue giornate nell’immagine di un futuro incerto: tra il padre single, con cui amorevolmente e faticosamente condivide il quotidiano, e la creazione di un’intima e digitale dramatis persona che consiste nel caricamento di una serie di monologhi su un social network in cui si (re)inventa dispensatrice di consigli sulle amare paturnie della crescita. Kayla non è né bella né brutta, ha una curiosità naturale che è mitigata da una strutturale timidezza, più una modalità comportamentale che un vero e proprio limite caratteriale. E guarda al futuro con un senso già nostalgico – e in questo troppo, drammaticamente, adulto – dell’esistenza. Eighth Grade è questo, niente di meno e niente di più: presentato al Sundance due anni fa e arrivato ora su Netflix, racconta con delicatezza un usuale percorso di crescita di una giovane adolescente in un mondo suburbano dominato da un codice naturalmente maschile. Cosa ha quindi di originale l’ennesima rilettura di un canone narrativo alla John Hughes – da Sixteen Candles in avanti – che l’esordiente Bo Burnham mette in scena? Non il contesto sociale, né i necessari incidenti di percorso che la piccola e determinata Kayla affronta. Neanche la collocazione socio-culturale borghese, tanto normalizzata da essere universalmente riconoscibile. La vita di Kayla si dibatte tra bionde irraggiungibili – che aspirano ad apparire ben più grandi della loro età – e un approccio coatto alle prime pulsioni sessuali, tra curiosità intellettuali da nascondere come un marchio d’infamia e lo sguardo puntato dritto sul futuro come potenziale tesoro da svelare.

 

 

Il film di Burnham si distingue però per la descrizione ostentatamente sincera e priva di paternalismo del rapporto di Kayla con le nuove tecnologie, descritte come una naturale estensione della vita di un’adolescente – né vittima né carnefice – che ne sfrutta le potenzialità sociali e si blandisce con sogni di autoaffermazione. Certo, il döppelganger virtuale di Kayla è destinato a sgonfiarsi, ma solo a costo di una consapevolezza nuova, di una cosciente appropriazione di un futuro potenziale. Sembra una questione da poco ma non lo è: Kayla si sente realmente come il suo doppio social? Ne è prigioniera o vittima? No. Quello è il suo modo di porsi con l’esterno, la sua possibilità epistemologica di confrontarsi con il mondo, il suo prezioso tentativo di stupire. E di quella rivendicazione apparentemente minimale e falsa, Kayla è gelosa. È una parte di intimità a cui non è disposta a rinunciare se non alle proprie condizioni. Eighth Grade racconta quindi di una ricomposizione, un ponte che una ragazza è in grado di lanciare tra il proprio passato – infinitesimale, eppure grande e ingombrante – fatto di macchine del tempo e di piccoli quotidiani oggetti dal sapore gozzaniano e il futuro verso cui lanciare un guanto di sfida. Il volto bambino di Elsie Fisher, sulle cui fragili spalle si posa con delicatezza tutto il film, interroga se stesso (e noi) sulla possibilità di uno spazio da condividere con regole nuove, di un domani – scolastico e affettivo – a cui non si concede il dominio per poterlo infine controllare, plasmare, farne specchio. Kayla rivendica la propria normalità e finitezza, nasconde goffamente le proprie fragilità – così come nasconde, dietro i filtri digitali, i brufoli che rivelano la sua faccia ragazzina – ma afferma, in maniera sempre più chiara, la fierezza della propria individualità, by any means necessary. Ed è attraverso questo percorso, sottile e sussurrato, che sarà in grado di affermarsi e confrontarsi, finalmente libera da legami e legacci, con i nuovi ipotetici amici del liceo, con suo padre, con le proprie fragilità. Un percorso di luce che Burnham, senza infingimenti, ci fa percorrere con stupito candore assieme alla sua protagonista.

 
 

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