Non guardare indietro con rabbia, non più. Su questo fondamento, impresso a fuoco in una delle canzoni più amate degli Oasis, Don’t Look Back in Anger, i fratelli Gallagher – il creativo appartato e resiliente Noel, il vulcanico e umorale frontman Liam – hanno rivisto il modo di relazionarsi, accettandosi per quello che sono. Risiede nel modo naturale e totalmente esaustivo di registrare questo cambio di marcia nel rapporto tra i rissosi congiunti, uno dei due maggiori pregi del sorprendente documentario diretto dai britannici Dylan Southern e Will Lovelace. L’altro consiste invece nella capacità di cogliere alla perfezione le reazioni spontanee del pubblico durante i concerti della reunion che li ha rimessi insieme su un palco dopo quindici anni di lontananza, tre lustri in cui i Gallagher non si erano più parlati. Al risultato hanno contribuito i registi, che hanno accettato un’operazione al buio, non sapendo come si sarebbero comportati gli ingestibili protagonisti; ma è addirittura maggiore il merito di un formidabile sceneggiatore come Steven Kinght (La promessa dell’assassino, Peaky Blinders, e pure Locke, diretto in proprio), il quale – espressamente richiesto dai Gallagher per la fase di scrittura nonostante non si fosse mai cimentato prima col documentario – ha individuato la chiave giusta per raccontarli, confidando nel fatto che, avendo essi pianificato il rientro nonostante il gelo che era calato tra loro, non avrebbero boicottato il progetto.

Ampiamente soddisfatto, alla fine, del risultato raggiunto, che pure ha commentato da una prospettiva laterale: “Una bellissima espressione dice che più si invecchia, più si diventa sé stessi. Penso davvero che, man mano che invecchiavano e i loro figli crescevano, Noel e Liam si siano liberati di molte zavorre: la spavalderia, le finzioni, la rabbia, il bisogno di dimostrare sempre qualcosa. Si sono guardati l’un l’altro e probabilmente hanno pensato…Beh, siamo uguali”. La struttura del film è costruita di conseguenza, tanto da liquidare in pochi minuti i diciotti anni di frenetica attività (dal 1991 al 2009) di una delle rock band più popolari delle ultime quattro decadi: esordi dal basso che non sembrano portarli da nessuna parte; l’orgoglio di voler diventare i migliori e l’esplosione nel ‘94; la faticosa routine ad alti livelli connessa alla difficoltà nel gestire la fama; la rottura parigina nel mezzo di una tournée (quando Liam prese a colpi di chitarra il fratello) e le due colonne del gruppo che smettono addirittura di parlarsi. Una sintesi cinematografica consapevole e caparbia, giocata su un montaggio adrenalinico; in linea con gli obiettivi, perché il focus è chiaro e punta tutto sulla illustrazione della reunion, preparata nel 2024 e realizzata l’anno successivo, en passant recuperando frammenti di storia antecedente, da rileggere alla luce di quanto avvenuto in seguito.

Nelle testimonianze dei registi, è lampante il sollievo per il pericolo scampato: “Onestamente, l’esito è stato incerto fin dal principio, anche perché, a parte la fotografia che ha lanciato il tour, i due non erano stati davvero nella stessa stanza per quindici anni! Quando guardate il film e vedete Liam entrare nel capannone delle prove, lamentarsi per qualcosa che c’è sulla batteria e urlare Sbarazzatevene!, quindi dire Ok, iniziamo, suonare per due ore, riprendere la borsa e andarsene senza salutare…beh, è andata proprio così!”. Non ci sono mai state scuse formali tra Noel e Liam, non c’è stata una riconciliazione eclatante, condita da lacrime, parole di perdono o altro. L’ingrediente magico che li ha davvero riuniti sono state le persone, che li hanno aspettati dal 2009 in poi e che hanno infine lasciato andare nei concerti il proprio incontenibile entusiasmo: una reazione talmente emotiva, inaspettata per gli Oasis stessi, che ha avuto un effetto tangibile sul loro rapporto, riavvicinandoli live dopo live, sempre di più. Situazioni che il film sa documentare, sia nella visione d’insieme che nei dettagli, soprattutto attraverso gli sguardi ammirati di Noel (alle cui spalle, in ogni concerto, campeggiava il cartonato a grandezza naturale di Pep Guardiola, storico allenatore del Manchester City, di cui i Gallagher sono tifosissimi), ma al contempo registrando le reazioni di molti spettatori (i pianti, la commozione, l’incredulità, la gioia, gli abbracci), che nel processo di identificazione totale con la band fanno da detonatore emotivo a ciò che succede sul palco.

Qualcosa che ha saputo commentare, con mirabile lucidità, ancora Steven Knight: “Ciò che Noel e Liam non si aspettavano era che i figli e i nipoti della generazione che ne aveva sofferto la separazione avessero scoperto la loro musica. In tutti quegli anni i genitori avevano continuato ad ascoltare la loro canzoni, che hanno rappresentato un ponte intergenerazionale con i figli, più forte delle parole che sovente faticavano a dirsi”. Da Cardiff a San Paolo del Brasile, durante un tour di 41 date che ha toccato quattro continenti, in cui si è rivisto sul palco anche il chitarrista Paul “Bonehead” Arthurs (che non suovava con gli Oasis dal 1999, quando sbattè la porta, esasperato, insieme al bassista Paul McGuigan), è andata in scena una pagina virtuosa che il cinema ha saputo restituire con potenza non scontata e con estrema sensibilità, tanto che il film ha le carte in regola per piacere anche a chi non impazzisce per i ragazzacci di Manchester. Che, sulle ali di una ritrovata e all’apparenza solida serenità, hanno pianificato un nuovo tour per il 2027: partenza da Glasgow il 21 maggio e arrivo nell’Hertfordshire il 19 settembre, con doppia data romana, il 29 e 30 luglio, a sollecitare i fan italiani.


