La paternità putativa: The Teacher di Farah Nabulsi

Tenuto a bagnomaria per due anni, The Teacher della palestinese-britannica Farah Nabulsi, al suo esordio nel lungometraggio, vede finalmente la luce a corollario delle emozioni che suscita il genocidio palestinese ad opera del regime israeliano. Al di là del valore o meno del film – che comunque impressiona per la sua apparentemente quieta manifestazione della tragedia – è la politica distributiva – qui distribuisce Eagle – a fare riflettere e ad impressionare. Una distribuzione così tardiva rischia di fare diventare un film meditato quasi un instant movie, quasi che il film acquisti valore sotto l’onda della cronaca, senza pensare che forse The Teacher, pronto dal 2023, anticipava i tempi. O comunque, nell’apparente affidare tutto ad una storia minimale, mostrava e mostra quel fuoco che da quasi ottant’anni cova la sotto la cenere del mondo mediorientale e come un vulcano silente, di tanto in tanto, si risveglia diventando improvvisamente materia incandescente per la cronaca. Ma in verità, come anche molto cinema dimostra, il fuoco non si è mai spento e la cenere ribolle da anni, incandescente e insanguinata.

 

 
È in questo clima di apparente normalità che Basem El Saleh (Saleh Bakri) insegna letteratura in una scuola in Cisgiordiania. Solitario e appassionato di poesia, El Saleh è un professore attento alle dinamiche giovanili, è attento ai suoi studenti convinto di dovere lasciare un patrimonio culturale che sarà a corredo della loro vita. Punta soprattutto su Adam, promettente e impegnato nello studio, a differenza di suo fratello non brillante a scuola, ma animato da una rabbia da combattente che suo fratello Adam invidia. Ma la Cisgiordania è un luogo pericoloso dove i coloni israeliani abusano non solo della terra e della vita dei palestinesi. È in questi frangenti che si consuma la svolta della vita per Adam e saranno quelle circostanze, la naturale e istintiva voglia di vendetta a spingerlo sul crinale di quella lotta armata che diventa lenimento del dolore. La figura di Basem, la sua idealità paterna, il suo senso di protezione possono essere l’antidoto contro la rabbia di Adam in quella sterzata violenta e imprevista dal suo promettente percorso di studi, da quella sommessa ambizione che lo faceva guardare al futuro con fiducia. Spetterà a Basem, tra mille perplessità, in quella incertezza della via giusta da intraprendere, in quell’equilibrio precario che suggerisce la vendetta, salvare Adam e aprirgli lo sguardo al futuro, aiutato dalla giovane volontaria Lisa (Imogen Poots), verso la quale nel frattempo nutre, dopo la separazione con la moglie, dimenticati sentimenti d’amore.

 

 
Film di gesti e di sguardi, che restano consolatori nella tragedia, di incolmabili vuoti che Basem prova a riempire con il pensiero, l’elaborazione di una filosofia che faccia da orizzonte alla crescita di Adam in quella certezza che a sta fondamento del suo approccio alla vita, della cultura come arma contro ogni violenza. The teacher, come molto cinema che proviene da quelle latitudini martoriate, è girato dentro uno scenario vasto e terribile – come il divano che accoglie i protagonisti all’inizio del film che nella sua assurda collocazione simboleggia un’intimità perduta, un calore di casa che non si sente più – ma fatto di piccole cose, in un incedere in cui si cerca la ricostruzione difficile delle relazioni nel rischio della loro perdita improvvisa. È un film fatto di perdite umane e di cultura, perdita di paesaggio – gli ulivi bruciati – che raccontano ancora una volta una silenziosa e frustrante sottomissione. Farah Nabulsi senza urla o retorica, ricerca la complicità dello spettatore, lo immerge nella tragedia e sa strappare anche un sorriso in quel brivido d’amore nel sentimento che cresce tra Lisa e Basem. Ma indaga soprattutto su quelle paternità perdute, sulla perdita delle guide morali.

 

 
È per questa ragione forse che in questa Palestina quasi senza padri Basem si assume la paternità putativa di Adam e di suo fratello, supplisce ad una delle tante perdite, prova, in un contesto di violenza e di sopraffazione a vincere ogni resistenza alle forze che lo spingerebbero nel vortice di un’altra violenza, ma è Adam il suo scopo, non la salvezza della sua vita. È così che The teacher, insieme agli altri film che raccontano l’apocalisse palestinese, diventa un film morale sul sacrificio che può salvare altre vite. Sono i racconti delle Resistenze per salvare la dignità della libertà. Besem insegna ad Adam, ma anche a noi, il valore dello scambio della vita per avere in contropartita la libertà di essere cittadino.