La verità nascosta: The Last Duel di Ridley Scott

«Il diritto non ha importanza. Importa solo il potere degli uomini»

 

Spade lucenti, armature imbrattate di fango, lance acuminate, stridore di ferro. I duellanti si posizionano con i rispettivi, focosi cavalli agli estremi del campo di battaglia. Sugli spalti, ai lati dell’arena, prendono posto i nobili e i reali, figure evanescenti di dame, signori e cavalieri, insieme alla silenziosa ma ugualmente trepidante plebe. A un certo punto, avviene il primo scontro, lancia contro scudo, scudo contro lancia. Si configura così, in medias res, l’incipit di notevole impatto della nuova pellicola di Ridley Scott, presentata fuori concorso all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, che narra dell’ultimo “duello di Dio” legittimato dalla legge francese del XIV secolo e volto a risolvere una contesa giudiziaria tra il cavaliere Jean de Carrouges (Matt Damon) e lo scudiero Jacques Le Gris (Adam Driver), denunciato dalla moglie di de Carrouges, Lady Marguerite (Jodie Comer), per violenza sessuale.

 

 

Ciò che appare fin da subito altamente innovativo è la caratteristica più particolare del film, che ha a che fare con la manipolazione del tempo diegetico. Infatti Scott, probabilmente per compensare una sceneggiatura di scarsa originalità seppur interessante (in quanto basata su fatti realmente accaduti), decide di disarticolare dal punto di vista temporale il nucleo narrativo principale, riguardante gli antefatti che hanno portato al duello, suddividendo l’arco di svolgimento dell’intreccio in tre macro capitoli. Ognuno di essi, tuttavia, non rappresenta un episodio a sé stante inteso come parte di una trama lineare e consecutiva, ma al contrario si impegna a raccontare a ripetizione il medesimo fatto, quello della violenza sessuale e delle sue premesse (vero fulcro tematico del film, su cui l’attenzione del regista si focalizza in maniera profondamente analitica) dal punto di vista interno, e quindi soggettivo, di ognuno dei tre protagonisti, che percepiscono in maniera differente la verità dei fatti. In questo senso, la pellicola, attraverso il suo stesso impianto narrativo, dà luogo e tempo, quasi presentando idealmente le tre diverse testimonianze, a un processo giudiziario immaginario che sullo schermo non verrà mai messo in atto a favore della tradizionale usanza del duello armato al fine di risolvere le questioni di onore e giustizia. In una sorta di climax ascendente, finalizzato a svelare solo in ultima istanza la verità effettiva, dunque, vengono presentante dal regista, in terza persona, le tre diverse versioni del crimine e del conseguente scandalo, a partire significativamente da quella di de Carrouges, il personaggio più esterno alla vicenda. In virtù di ciò, le sequenze narrative che lo riguardano non rivelano visivamente e in maniera esplicita il misfatto, ma si limitano a descrivere le caratteristiche della sua personalità, del matrimonio con Marguerite e della sua presa di posizione a seguito della confessione della donna sulla base della sua personale percezione, che si concentra, realisticamente, solo su quanto vissuto in prima persona dall’uomo, stupro escluso.

 

 

Perciò questo primo capitolo ha verosimilmente la funzione di introdurre i personaggi e spiegare i motivi e le circostanze che hanno condotto il vecchio amico Le Gris a compiere l’aggressione, più che di rivelare la verità, a cui lo spettatore stesso non può ancora credere non essendo ancora stata mostrata e rappresentata sullo schermo. La vista, che sottende per logica alla verifica oggettiva dei fatti così come sono avvenuti nella realtà, per questo motivo, si identifica con lo strumento principe attraverso cui il pubblico è portato gradualmente a scoprire il vero, cosa che avverrà solo nel terzo e ultimo capitolo, avente per protagonista Marguerite. Il punto di vista e la voce di quest’ultima così, in quanto vittima e unica figura femminile rilevante, è enfatizzato al massimo anche grazie alla sottolineatura del carattere assoluto e universale della sua verità, che non è più solo sua, quindi relativa e parziale, ma diventa quella di tutti in seguito all’esito del duello. Attraverso le varie vicende, lo spettatore comprende che le due immagini ideali ma contraddittorie della donna (la moglie devota e amorevole e la provocatrice), create rispettivamente dagli egocentrici de Carrouges e da Le Gris, non corrispondono alla Marguerite reale, al contrario intelligente, colta e consapevole, per nulla ingenua, nonché salda di principi e resiliente rispetto alle altre donne che la circondano, timorose e assoggettate al volere maschile.

 

 

In particolare, il capitolo di Marguerite funge da pretesto per presentare, con sentito pathos, quelle che erano le difficoltà costanti che la donna era costretta a fronteggiare nel Medioevo, soprattutto a livello di diritti personali (in linea con ciò che accade, purtroppo, ancora oggi). Infatti al tempo l’atto dello stupro, complice la Chiesa, non era considerato reato contro la donna e il suo corpo ma contro l’onore e il patrimonio del suo signore, ma, paradossalmente, si decideva di agire, nel caso di falsa testimonianza da parte della vittima, con estrema brutalità e altrettanta violenza proprio su quello stesso corpo, destinato a essere bruciato vivo sulla pubblica piazza. In merito a questo, il film è particolarmente efficace nell’evocare nell’immaginario del pubblico, attraverso le parole del re e dei parlamentari della corte che attaccano da più fronti Marguerite, gli orrori e le terribili conseguenze dell’eventuale sconfitta nel duello da parte del marito della donna, che, trasformata in carnefice, ne avrebbe risentito più di chiunque altro. Il tema espressamente femminista, comunque integrato all’interno dello specifico contesto storico medievale (reso alla perfezione attraverso una minima saturazione dei colori e un’accurata ricostruzione scenografica), è efficacemente declinato anche sulla base della diversa caratterizzazione dei due uomini operata dello sguardo di Marguerite, infelice della sua vita coniugale avendo sposato un uomo rozzo e freddo, tutt’altro che sensibile e innamorato per quanto disposto ad ascoltare la sua testimonianza, e avendo a che fare con un altro uomo ancora più insensibile e senza scrupoli, innamorato solo della propria ambizione e sete di potere. Quest’ultimo pensa di poter possedere una donna così come si possiede una proprietà terriera o una carica militare, ma dovrà scontrarsi con la rettitudine e gli autentici valori cavallereschi di de Carrouges, non colto o curioso come lui ma, sorprendentemente, molto più nobile. Come chiusa ciclica della parabola ascendente verso la scoperta della verità, il film ritorna, in flash forward, all’epica scena del duello, dove avrà luogo il sanguinoso e atroce scontro, fisico e morale, tra due diversi campioni e quindi due diversi nuclei di valori, tra cui solo uno avrà la meglio secondo la giustizia espressa dal disegno di Dio.