Con l’epica di Godland ormai alle spalle, Hlynur Pálmason riparte dal vissuto familiare, così come dal corto Nest del 2022, in cui seguiva l’impresa dei suoi tre figli, intenti a costruire una casa sull’albero lungo il corso delle stagioni. Lo stesso approccio, in qualche modo, è alla base di L’amore che rimane, quarta pellicola dell’autore islandese, passata a Cannes Première, poi vista in Italia al Festival del Cinema Europeo di Lecce e ora in sala per Movies Inspired. Il tempo stavolta è quello di una famiglia formata sempre dai tre ragazzi e (nella finzione) dai loro genitori, lungo un anno con le sue stagioni. Il padre, Magnus, lavora su un peschereccio, e la madre, Anna, cerca di dare continuità alle sue ambizioni di artista, riposte nelle composizioni realizzate con lamine di ferro arrugginite, ma senza ricevere l’agognato riconoscimento dai galleristi. La coppia in realtà si è separata da poco, sebbene tenti di far prevalere un regime amichevole in cui il padre può comunque passare molto tempo con i figli, che da par loro affrontano lo scorrere delle stagioni con l’entusiasmo della giovane età, fra giochi all’aperto e tiri con l’arco ai danni di un manichino che nel finale prenderà anche vita.

Il ritratto che emerge si articola sul doppio registro della pacificazione esteriore e del tormento interiore: a un livello immediato, infatti, Pálmason lavora su dinamiche in cui emergono tenerezza e grande complicità, che si intrecciano a doppio filo con un’estetica aperta al lirismo e alla poesia. Sottotraccia, però, agiscono le forze più negative date dal senso di isolamento e solitudine che si riflette nei suggestivi landscape islandesi, ma anche in alcune tensioni che emergono fra Magnus e i colleghi, così come con Anna. Costante che ricorre è l’erotismo, ora più sfacciato nel machismo degli uomini, ora poetico come nel momento in cui Magnus si ritrova a guardare sotto la gonna dell’ex moglie e ne scaturisce un viaggio immaginifico tra le fantasie del tessuto sui corpi. Allo stesso modo il registro fantastico crea una dinamica di doppio passo con l’elemento cronachistico/documentario: Pálmason ha lavorato con un approccio attento alla precisione della scrittura, ai puntuali rimandi figurativi tra le varie scene, alla simmetria delle inquadrature e al ritmo elevato del montaggio (pur nella cadenza “lenta” del racconto), incorporando sequenze girate privatamente con la famiglia in tempi passati o riprese scartate da altri lavori.

Questo approccio “intimo” e realista, però, non si separa mai dalle possibili derive concesse dalla fantasia e dall’immaginazione, in cui ancor più il doppio registro pacificato/tormentato trova ulteriore appagamento. Si pensi al momento in cui un frustrato Magnus si vede aggredire da un gallo gigante, o alla già citata “rinascita” del manichino che arriva in casa lordo di sangue, come a voler compiere la sua vendetta – mentre peraltro i ragazzi si sono già colpiti fra loro con le frecce: momenti in cui il gioco che sfocia in dolore si rivela parte concreta della dinamica degli estremi persistente in tutto il racconto. Su tutto, sin dal titolo che “rimane”, il film è articolato sullo scorrere del tempo: una materia fluida e plastica che viene velocizzata attraverso enjambement che interrompono le sequenze, o salti fra vari momenti, oppure i time-lapse già usati dall’autore islandese in passato, o ancora ricombinato attraverso lo sfasamento della linearità narrativa. In questo senso, più che un racconto cronachistico, L’amore che rimane diventa un diario aperto a varie possibilità, in cui la storia si offre a possibili what if o cambi di prospettiva. Domina su tutto un rapporto complesso ma vitale con la natura (la terra, l’acqua in cui lavora e si getta Magnus, il cielo dai colori pittorici), gli animali (il gallo “domestico”, le pecore) e una capacità sorprendente di raccontare vite e momenti ora teneri, ora più intensi. Ma anche una possibile cronistoria del rapporto giocoso di un autore con i propri figli, capaci di ridere cinicamente di fronte a racconti di cronaca violenta, ma anche di giocare con trasporto con il loro cane Panda. Un animale tenero e appassionato come l’intero film, interpretato peraltro dall’autentico cucciolo di famiglia, premiato con il Palm Dog 2025 a Cannes e che una volta di più contribuisce al lavoro di con/fusione tra i differenti piani del racconto.


