Su Chili Mai raramente a volte sempre: la gradazione della solitudine secondo Eliza Hittman

Mai raramente a volte sempre: la scansione delle opzioni definisce la gradazione del disagio che la vita può offrire a una adolescente americana. Autumn il destino ce l’ha scritto nel nome, è una giovane foglia che sta ingiallendo nel passaggio all’età adulta e che fatalmente è destinata a cadere nella quotidianità, lì dove bisogna scegliere tra il mai e il sempre. Il centinaio di miglia che separa la Pennsylvania da New York è la distanza che questa ragazzina di provincia percorre, accompagnata dalla cugina, per abortire lontano da una casa che significa: una madre distratta dalla noia, un padre azzerato dalla volgarità che lo rende molesto (e forse anche peggio), compagni di scuola che la deridono e la spingono ancor più nell’amarezza di cui è vestita ogni giorno di più. Non è poi troppo diversa dagli altri adolescenti dispersi nelle vene dell’America che Eliza Hittman ha raccontato nei suoi lavori precedenti, i Beach Rats che si spendono nelle vie newyorkesi ma anche la ragazzina alla scoperta del sesso del suo film d’esordio, It Felt Like Love. Tutti persi nella gioventù introflessa e anestetizzata che condividono con il branco, tutti marcatamente solitari, nonostante siano immersi in un mondo che preme su di loro con l’urgenza del desiderio.

 

 

Autumn, in realtà, sembra già un passo più avanti di loro, disegnata con le tinte crepuscolari di una disillusione più matura, ovvero adulta. Sarà che i lividi che ha sul corpo dicono di più delle lacrime che versa davanti all’assistente sociale, che la aiuta a compilare il modulo per accedere all’interruzione della gravidanza che sta cercando. La sua fragilità è forse la sua vera forza, quella che le permette di affrontare il viaggio in autobus sino a New York. Un piccolo viaggio della disperazione tra assistenti sanitari pubblici, domande tanto discrete quanto invasive, regolamenti restrittivi, che significano dover passare una notte in più in giro per New York… Pochi dollari in tasca, sonnambule metropolitane, lei e la cugina vagano per stazioni e mall, il breve incontro con un ragazzo forse dolce ma in realtà non meno disilluso di loro…Anche strutturalmente, il film ha la grana grossa ma pregnante del 16mm in cui è girato, il che gli consente di scandire la narrazione di questa adolescenza a termine senza ricorrere a psicologismi o a schemi drammaturgici consumati. Né cronaca né racconto, Mai raramente a volte sempre è proprio quello che dice il titolo, una successione di possibilità che definiscono la scansione degli eventi. Autumn (interpretata dall’esordiente Sidney Flanigan) è raccontata dalla Hittman come un flusso di coscienza che emerge dalla risonanza del mondo attorno a lei.

 

 

Tanto più la regista si concentra sulla sua protagonista, tanto più la realtà circostante diventa evidente nella sua fatale involontaria, distratta crudeltà. Il film è tutto nello slittamento di piani che propone tra la capacità di Autumn di assorbire il dolore che la circonda e l’attenzione che la regista mette nel definire la dolcezza della sua solitudine. Il rapporto paritetico che si instaura tra la distrazione e l’insensibilità della realtà cui la ragazza appartiene e l’attenzione e la sensibilità delle realtà istituzionali cui si rivolge, è il punto focale di un film che la regista costruisce proprio come la raffigurazione di una solitudine e di un isolamento che appartiene per destino al mondo prima ancora che alla protagonista. E allora il senso quasi ovattato della realtà messa in scena, l’impressione di accompagnare Autumn in una condizione di dormiveglia perenne, è l’involucro che tiene insieme emotivamente il dramma anche vibrante di questa ragazzina che, accompagnata da una sua coetanea, va in cerca di una via d’uscita da un dramma che la segna dentro e che nessuna crocetta su un formulario potrà mai davvero risolvere.