Processo al Male: Norimberga di James Vanderbilt

La Seconda guerra mondiale è finita: la Germania sconfitta e inerme è un cumulo di macerie, in balìa degli Alleati, che presto la divideranno; l’Austria nulla più che un’appendice in procinto di ritrovare una propria dimessa autonomia, al momento rifugio meno scottante per i profughi della casa madre. Ed è proprio nella terra natale di Hitler che si arrende il suo braccio destro Hermann Göring (Russel Crowe), consegnandosi a una pattuglia americana che sta controllando il transito in uscita dai territori tedeschi. Sebbene dal 1941 il suo ruolo fosse stato progressivamente più defilato (anche perché temuto da Hitler come potenziale concorrente), l’uomo è comunque il successore designato del Führer, il nazista più alto in grado rimasto in vita a guerra conclusa. Destinato dunque ad essere la figura centrale nel processo che gli Alleati stanno provando a imbastire – cercando faticosi appigli nel diritto penale internazionale, allora in fase embrionale – affinché i crimini contro l’umanità perpetrati dai nazisti siano riconosciuti a livello planetario e sanzionati con pene esemplari, monito per le future generazioni. Mentre il giudice statunitense Robert H. Jackson (Michael Shannon) si muove a livello politico per ottenere gli appoggi necessari all’impresa, il suo connazionale Douglas Kelley (Rami Malek), psichiatra in forza all’esercito con il grado di tenente colonnello, viene incaricato di valutare la sanità mentale dei gerarchi imprigionati e di controllarne le eventuali pulsioni suicide, in attesa che siano ultimati i preparativi (logistici, procedurali, mediatici) per il primo e più importante tra i dibattimenti che si terranno a Norimberga, da allora città simbolo della giustizia contro i crimini di guerra dei nazisti (dopo essere stata una delle loro roccaforti).

 

 
Le attenzioni di Kelley – che esegue gli ordini, ma porta contemporaneamente avanti un piano di affermazione personale, condensato nell’idea di monetizzare l’esperienza attraverso la pubblicazione di un libro – si concentrano in particolare su Göring, del quale subisce il borioso carisma e con cui sviluppa un rapporto che si basa su reciproche concessioni (e manipolazioni). Un duello psicologico che è il preludio di quello che si svolgerà in aula, dove il Reichstag intende presentarsi a testa alta, convinto di poter dimostrare all’opinione pubblica la correttezza del proprio operato. Adattando un libro dal titolo chilometrico scritto nel 2013 da Jack El-Hai, The Nazi and the Psychiatrist: Hermann Göring, Dr. Douglas M. Kelley, and a Fatal Meeting of Minds at the End of WWII (in Italia pubblicato da Rizzoli come Il nazista e lo psichiatra), James Vanderbilt – regista che aveva firmato il solo Truth, ma sceneggiatore decisamente prolifico e versatile, capace di spaziare da Zodiac a Scream a Indipendence Day-Rigenerazione – mette in scena un corpo a corpo nel quale il medico è convinto di avere la chiave d’accesso all’anima del prigioniero, ma è soprattutto affascinato dalla sua intelligenza e personalità.

 

 
Se il duello del racconto si conclude con un pareggio che, alla prova dei fatti non risulta utile a nessuno dei due, a livello attoriale il confronto lo stravince uno smisurato Russel Crowe, fisicamente debordante nei panni di Göring, tanto da oscurare il compagno di set: non che Rami Malek sia inadeguato dal punto di vista interpretativo (ha già mostrato altrove il suo talento), ma è spaesato, incongruo etnicamente e disomogeneo – a causa del registro recitativo adottato – rispetto all’atmosfera stessa del racconto. Che a prima vista sembrerebbe sorretto da un copione rigoroso, che tuttavia rivela man mano che la vicenda procede un eccesso di semplificazioni, passaggi frettolosi (nonostante la durata complessiva) o finanche drammaturgicamente poveri. Come risulta chiaro una volta che il film (nella parte finale) si trasforma in courtroom drama e il duello si riconfigura come triello, con il maresciallo tedesco impegnato a guerreggiare con il giudice Jackson e il suo (più arguto) collega inglese, David Maxwell Fyfe (Richard E. Grant): un momento che dovrebbe essere il cuore emotivo della narrazione, ma che scompare di fronte alle immagini (reali) dei campi di concentramento proiettate in aula. Filmati che non costituiscono certo una novità, ma una conferma (seppur sempre sconvolgente), rimandando inoltre a Vincitori e vinti (1961) di Stanley Kramer che, pur inerente a un diverso segmento della storia processuale, resta una pietra di paragone ineludibile (e non eguagliata) per l’opera di Vanderbilt, in difficoltà anche nell’ulteriore confronto tra fiction con la miniserie Il processo di Norimberga (2022) di Yves Simonau, senza allargare il campo ai documentari, in genere più incisivi.

 

 
Un’epoca come la nostra, in cui conflitti e genocidi si ripropongono con ancor meno pietà, come se non ci fosse stata Norimberga, sembra gridare al mondo che abbiamo archiviato troppo presto (o ci siamo quantomeno dimenticati) di un momento in cui un consistente numero di nazioni invocava la punizione puntuale e sistematica dei crimini di guerra, ritenendola un efficace deterrente per future derive autoritarie e discriminatorie. Non è (stato) così, purtroppo. Ma non è certo la retorica prima enfatica e poi sfiatata di Norimberga a poter rappresentare un richiamo convincente, ammesso che ci fosse anche una valenza didattica tra le intenzioni di partenza del regista, come peraltro sembra evidenziare la sottolineatura di alcune frasi pronunciate dai giudici e rivolte più al presente che al passato. Di fatto, anche sul piano dello spettacolo, al netto di una ricostruzione cromaticamente azzeccata che guarda con nostalgia al cinema classico, non c’è molto da salvare. Forse giusto la frase in calce al film, che cita il filosofo inglese Robin George Collingwood: “L’unico indizio di ciò che l’uomo può fare è ciò che ha già fatto”. Non è la risposta alla domanda con la quale, nel film, un Göring senza più argomenti si congeda da Kelley (“Alla fine, riconoscerete che siamo umani?”), ma prova se non altro a dare un senso a qualcosa che un senso continua a non averlo.