Ritorno al futuro: Fino all’ultimo indizio di John Lee Hancock

Se gli anni Ottanta sono stati la culla del cinema pop statunitense, i Novanta lo sono stati per il thriller. Scritto proprio in quella decade, Fino all’ultimo indizio è un film che trasuda la sua appartenenza all’ultimo decennio del Novecento in ogni singolo fotogramma. Il fatto che il progetto si sia poi concretizzato solo oggi rende il tutto ancora più interessante dato che la frase principale tra le molte che si scambiano i protagonisti recita, bene o male, «il passato diventa futuro, che diventa passato, che diventa futuro». Denzel Washington è un poliziotto attempato con alle spalle un passato che ancora lo perseguita. Rami Malek è un detective sulla cresta dell’onda alle prese con un caso più che arcigno. Insieme proveranno a venirne a capo, e una serie di indizi sembrerebbe condurre all’eccentrico Jared Leto. Fino all’ultimo indizio cuoce tutti (personaggi e spettatori) a fuoco lento, si prende i suoi tempi. Hancock, anche sceneggiatore oltre che regista, non ha nessuna fretta. Anzi, proprio sul carattere più contemplativo e psicanalitico del suo plot costruisce i momenti migliori. Il titolo originale, The Little Things, è decisamente più calzante anche per questo motivo, perché descrive perfettamente un film che va gustato in ogni sua minima sfumatura.

 

 

Il tempo sembra immobile, non solo perché i giorni, o meglio, le notti continuano a ripetersi tutte uguali, ma anche perché la Los Angeles del 1990 in cui è ambientato il film non sembra essere assolutamente lontana da quella odierna, così come i personaggi che la abitano e, soprattutto, il cinema che la racconta. Hancock ha negli occhi moltissimo Fincher (impossibile non riconoscere tracce di Seven nella costruzione drammaturgica, la scelta della coppia di poliziotti, il finale meteorologicamente caldissimo), altrettanto Mann ed è ben conscio della sua collaborazione con Eastwood (sue le sceneggiature dietro Un mondo perfetto e Mezzanotte nel giardino del bene e del male). Così, Fino all’ultimo indizio richiama perfettamente quel clima, quell’immaginario, provando però a superarlo in qualche modo, o meglio, ponendosi il dubbio se sia meglio un calco o un aggiornamento. Sono tanti i momenti in cui la macchina da presa si sposta in carrellate estenuanti che senza montaggio mettono in relazione due diversi soggetti. Soprattutto nelle scene di inseguimento, spesso si passa dal cacciatore alla preda (o viceversa) con un’unica inquadratura che per alcuni secondi non fa altro che colmare il gap, riprendere lo spazio che li separa. Avanti e indietro, indietro e avanti. Quasi come se fosse una macchina da cucito, la regia di Hancock tesse una tela nella quale perdersi: i detective per risolvere il caso, lo spettatore per orientarsi in un labirinto cinematografico a cavallo tra due mondi. Quello di un passato che si farà futuro e, una volta tale, tornerà a guardarsi indietro. Lo stesso movimento, lento e costante, che accomunerà i due poliziotti: uno non più giovane che dovrà indicare la via al secondo, il quale rischierà di finire nella medesima trappola del primo e così via. Il cinema deve fare i conti con l’immaginario. Sono finiti gli anni in cui questo veniva scolpito dal e sul grande schermo. Ora si può solo produrne una pallida copia, oppure creare cortocircuiti come questo che siano ben consci dei propri limiti e che appunto, proprio per questo, riescono non tanto a superarli, ma ad abitarli con ottima cognizione.

 

Il film è disponibile in streaming su Prime Video e su altre piattaforme VOD.