Ritorno dal futuro: alla Berlinale 76 Sam Rockwell in Good Luck, Have Fun, Don’t Die di Gore Verbinski

“A comedic, kinetic, gonzo, world-ending adventure” è la tag-line che il press office dà di Good Luck, Have Fun and Don’t Die, la commedia dal futuro sulla distopia del presente firmata da Gore Verbisnki e incarnata (ancor più che interpretata, come gli capita quasi sempre…) dall’incommensurabile Sam Rockwell. Giunge in Berlinale 76 Special in prossimità dell’uscita sugli schermi americani e europei (ma in Italia non è ancora annunciata una data) ed è una scheggia impazzita che gioca con i paradossi temporali senza in realtà farsene davvero carico: più che un ritorno al futuro, infatti, la sceneggiatura di Matthew Robinson racconta un ritorno al presente, dal momento che lo squinternato protagonista che alle 10.10 della sera irrompe nell’affollato diner in tenuta da barbone, con cintura esplosiva e gadget digitali, sostiene che quella è la 117ma volta che prova a tornare dal futuro per reclutare una squadra di 6 “volontari” per la rivoluzione che nell’avvenire si sta combattendo.

 

 
Lo scopo è salvare il mondo dal destino assurdo che in realtà è già sotto gli occhi di tutti, pericolosamente appiccicati agli schermi dei cellulari e indiscutibilmente dipendenti dalle intelligenze artificiali. Difficile credergli, considerato lo stato disperato in cui si presenta, l’assetto terroristico della sua azione e l’eloquio simpaticamente delirante che vomita addosso agli astanti, ma le cose che dice alla fin fine hanno senso e per giunta sembra conoscere esattamente non solo i nomi dei presenti, ma anche le azioni che stanno per compiere. Quindi qualcosa di vero in tutta quella follia ci dev’essere e alla fine, volenti e nolenti, sette ribelli il nostro riesce a metterli insieme: Scott, Bob, Marie e la coppia di insegnanti Mark e Janet sono cooptati, mentre Susan e Ingrid si offrono volontarie per motivi che è bene scoprire vedendo il film…Siamo in quota Verbinski, ovviamente, quindi cinema che gioca con gli schemi in libertà assoluta e ad alta velocità spettacolare: non lascia mai troppo tempo per pensare, questo regista di star performative che si affida prepotentemente all’estro creativo dei suoi interpreti. Come il Johnny Depp dei Pirati dei Caraibi, Sam Rockwell risuona in perfetta armonia con le alterazioni che Gore Verbinski cerca per i suoi film, scansando ogni profondità prospettica, cercando solo la superficie dell’azione e il mosaico di genere (in questo caso la commedia).

 

 
La frenesia è quella del “Doc” di Ritorno al Futuro ma Sam Rockwell non ha a disposizione la profondità di campo offerta a Christopher Lloyd da Zemeckis e Gore Verbiski lascia proliferare l’eloquio in un gioco scenico che rimanda piuttosto alla diner robbery scene di Pulp Fiction, derive narrative comprese. L’impellenza tematica sta tutta addosso alla stigmatizzazione dei rischi che l’artificialità dell’intelligenza digitale comporta rispetto alla funzionalità imprevedibile dell’elemento umano, che infatti ha il suo ruolo nello sviluppo della fuga verso il futuro della scombinata gang, inseguita da nemesi attivate senza apparente ragione, come in un videogame. In realtà il bisogno di costruire articolazioni narrative a spirale corre in rischio di duplicare soluzioni narrative a chiave che in qualche modo vanificano la portata del discorso a favore di una conformazione spettacolare adatta al pubblico d’oggi. Del resto, se Gore Verbinski non è Robert Zemeckis, non è nemmeno Terry Gilliam, che dello script di Matthew Robinson avrebbe fatto uno strumento per creare uno spazio visionario assoluto e del protagonista interpretato da Sam Rockwell un eroe ben più donchisciottesco.