Squadra che vince non si cambia. È questo probabilmente uno dei mantra più usati all’interno del mondo dell’animazione mainstream. La saga di Hotel Transylvania è giunta infatti al suo quarto capitolo, e lo ha fatto mantenendo intatti i suoi personaggi e la sua struttura. Tutto è sempre uguale in questi film: l’ambientazione che dà il titolo agli episodi, la premura soffocante di papà Dracula, i suoi goffi piani architettati a fin di bene, la presenza dei soliti mostriciattoli coprimari e un lieto fine family friendly mirato a rinsaldare i legami relazionali. Eppure. Eppure questo quarto capitolo, Hotel Transylvania: uno scambio mostruoso (che di qui in avanti chiameremo per comodità Hotel Transylvania 4), mette in evidenza sin dal titolo originale il fatto che voglia provare a cambiare pelle. Il suo sottotitolo infatti sarebbe Transformania e in effetti, di una tra(n)sformazione tratta. Senza essere stato previsto per approdare direttamente in piattaforma, il film si è trovato, causa pandemia, a saltare la distribuzione cinematografica. A guardare bene però, sembra quasi che questa scelta sia stata ricercata in partenza. Hotel Transylvania 4, che della serie è probabilmente il segmento meno riuscito o divertente, adatta la sua forma, lavora sul canone e sulla sua funzione.

 

 

Fateci caso, sembra quasi di assistere a una sit-com: i tagli delle inquadrature sono prevalentemente ravvicinati, i campi lunghi e medi stentano a palesarsi (quando invece avrebbero tutte le ragioni per rivendicare la loro presenza vista la natura esotica del racconto), la storia raccontata ricopre un minutaggio decisamente breve e la struttura narrativa è scandita da scene autonome di durata inconsistente che vengono assembrate senza troppi scrupoli una in seguito all’altra. Hotel Transylvania 4 è un film pensato per un pubblico distratto, che può entrare e uscire nella storia a piacimento, un pubblico che fruirà dello spettacolo in condizioni domestiche e con dimensioni di schermo ridotte. La saga di Dracula & co. si è dunque trasformata da prodotto cinematografico a televisivo. «Io sono sempre grande, è il cinema che è diventato piccolo», apostrofava Norma Desmond sul viale del tramonto di un’epoca destinata a scomparire. Relativamente alle dimensioni, aveva ragione. E proprio di dimensioni parla Hotel Transylvania 4. Non sembra essere un caso, infatti, che al centro della narrazione vi sia proprio una metamorfosi, un “downsizing” in stile Alexander Payne. Per via di un incantesimo, alcuni mostri saranno trasformati in esseri umani e viceversa. Così, per tutto il film i protagonisti lotteranno cercando di riappropriarsi della propria identità e uno di loro, in particolare, dovrà combattere per ritrovare le sue minute dimensioni dopo essersi mutato in un gigantesco drago sputafuoco.

 

 

In anni in cui la società ha compiuto significativi passi in avanti nella logica della fluidità di genere o nella cultura “trans-” (che sia mediale, genetica o di qualsiasi altra natura), ecco che l’intrattenimento per famiglie più collaudato e vincente di sempre (il cartoon di larga scala) si adegua e prova a raccontare questo cambiamento attualizzandolo sulla sua pelle: trasformandosi. Se poi questa nuova fase sia migliore o peggiore della precedente, è tutto un altro discorso. Il film funziona meno che altrove per ragioni che vanno al di là di questi discorsi. Quello che conta adesso è constatare il cambiamento e studiarlo da vicino per comprenderne meglio ragioni e sviluppi.

 

 

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