Taranto Horror Film Festival – Licantropi, paura e sangue: Blackout di Larry Fessenden

Charlie è un artista che vive alla giornata in un paesino in mezzo ai boschi della provincia americana. La sua vita è un mosaico di problemi le cui tessere non sembrano voler formare un quadro di senso compiuto: una relazione in via di definitivo naufragio, la lotta per una causa ambientale per fermare la costruzione di un residence in collina che rischia di caricarsi di risvolti legali contro l’impresa edile del padre dell’ex compagna per cui ha lavorato e un problema mai del tutto risolto con l’alcool. Come se non bastasse, la cittadina è sconvolta da una serie di omicidi che vengono attribuiti a un operaio messicano che lavora alla costruzione del residence, un giovane che, capitato sulla scena di uno dei delitti, afferma di aver visto un licantropo. Il punto è lo stesso Charlie è convinto di essere il licantropo in questione, fatto che al cumulo dei suoi problemi aggiunge il senso di colpa per le morti provocate. Blackout è l’ultimo, atteso film Larry Fessenden, regista di Wendigo, proiettato a Monsters – Taranto Horror Film Festival. Un film visivamente crudo non tanto per la quantità di emoglobina mostrata, comunque sopra la media in virtù della maggior libertà creativa tipica del cinema indipendente, quanto piuttosto per il budget contenuto che in egual misura caratterizza le produzioni lontane dai soldi e dai lacciuoli delle major. Blackout è un film spartano, essenziale, con i fronzoli ridotti al minimo e niente affatto patinato. I mezzi sono quelli che sono ma la carne al fuoco è tanta, Fessenden gira un horror ricco, ci mette introspezione e tematiche sociali.

 

 

Dall’ambiente al razzismo il regista gratta quelli che sono i nervi scoperti dell’America profonda con una narrazione diretta, mai sottile ma nemmeno didascalica, parla chiaro e semplice senza virtuosismi intellettuali ma lasciando parlare trama e personaggi. Dal razzismo al problema dell’ambiente, passando per i demoni che Charlie si trova ad affrontare formano, tutti insieme, una bella massa critica che trova posto in una narrazione riflessiva in cui le scene gore non mancano ma non sono nemmeno poi tante, proprio per lasciare fiato a come il protagonista vive la vicenda, di cui la licantropia è solo un aspetto. Una macchina che fa girare tanti elementi in maniera scorrevole ed equilibrata ma non memorabile. Tutto funziona con precisione ma al film manca quel graffio, quel tocco in più che gli permetterebbe di spiccare nel panorama delle produzioni indipendenti. Comunque un’opera generosa e intelligente in linea con una proposta, quella dell’horror indipendente, viva e in fermento, ricca di prodotti interessanti e voglia di fare. Blackout è un prodotto del suo tempo, un horror dell’antropocene interessante e centrato nel suo svolgere la funzione di sismografo (per dirla con l’autore del volume Antropocene Horror, Fabio Malagnini) delle paure, delle speranze e dei problemi del nostro tempo.