Ludovico (Brando Pacitto) e Jack (Andrea Lattanzi), lui e l’altro. Opposti che si attraggono ma non si completano, simili nella differenza: lui, chiuso nel suo appartamento, depresso, spaventato, smarrito, e l’altro, mezzo criminale e mezzo no, incatenato al suo destino, spavaldo e determinato. Entrambi in fuga dalla realtà, frenati dai sensi di colpa, bloccati dalle delusioni, proiettati in un futuro incerto, condividono il miraggio di un altrove lontano e fragile: per Ludovico è il desiderio di farsi pubblicare il suo fumetto, sogno nel cassetto che culla da anni e che lo aiuta a sopportare e mascherare il fallimento della laurea in economia, per Jack l’idea di raggiungere il fratello su un’isola caraibica, sogno che gli permetterebbe di spingersi verso la tanto agognata pace. Prima o poi. In seguito al furto di uno zaino colmo di denaro, Jack s’intrufola nella casa di Ludovico per restarci in attesa che la situazione si tranquillizzi e smettano di cercarlo. Inizia così una convivenza forzata, che tra varie peripezie e addestramenti reciproci risulterà un poco terapeutica e per questo consentirà a entrambi di frantumare la propria corazza difensiva per iniziare a vivere in modo più autentico, guardando al futuro con più fiducia. Una svolta che però deve continuare a confrontarsi con una realtà che non fa sconti.

 

 

Presentato Fuori Concorso al 39esimo Torino Film Festival, opera prima di Riccardo Antonaroli, La svolta si concentra sugli effetti generati dall’incontro di due diversità in un contesto che mescola registri e codici della commedia alle tinte noir (e la presenza di Marcello Fonte è capace di legare insieme le due parti del discorso). Non a caso, nell’appartamento di Ludovico che si nutre di cinema e fumetti, tra una mensola rotta, una lampada che non funziona e un frigorifero vuoto, oltre a quello di La scala a chiocciola e La dottoressa del distretto militare troviamo appeso il manifesto di Il sorpasso con i volti di Trintignant e Gassman sempre pronti a interpellare i due amici reclusi (ma pure a mettere in guardia noi spettatori), come fari che illuminano il cammino. Il film di Risi, ma più in generale una certa idea del suo cinema (a partire anche da Una vita violenta, citato ripetutamente) diventa così bussola che orienta, ma anche didascalico riferimento identitario (Ludovico sarebbe il timido Roberto Mariani, Jack lo sfacciato Bruno Cortona) che non solo ispira l’intreccio ma anche lo guida alla sua inesorabile destinazione.

 

 

La svolta racconta certamente una storia d’amicizia e di formazione, ma forse è sembra più interessato a rivelarsi come viaggio iniziatico che conduce a una nuova esistenza in bilico tra il buddy movie delle mura domestiche e il crime movie delle strade della malavita di Roma. Perché se è vero che la dimora di Ludovico è luogo che accoglie l’intruso Jack dando vita all’incantesimo della trasformazione (ma la leggerezza e l’ironia non sempre sono calzanti), come nelle favole, a una certa ora, il film ci ricorda che la realtà torna a bussare alla porta e a chiedere il conto senza pietà. Nonostante la debolezza di un intreccio che soffre l’insistenza di incisi, simbolismi e citazioni (da Le iene a Taxi Driver, ma non solo) e la prevedibilità di alcuni snodi, pur senza grosse pretese, La svolta è un film che non rinuncia a interrogarsi sulla salvezza e sulle derive della società di oggi inquadrando senza timore la sofferenza che proviene da solitudine, abbandono, costrizione e rassegnazione. Ludovico e Jack, lui e l’altro, due volti della stessa medaglia: segnati, sconfitti, emarginati, rifiuti in attesa di una cura, un paradiso, un po’ di luce.  

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