The Lair di Neil Marshall al Trieste Science+Fiction Festival: di nuovo in discesa

Il credito critico accumulato con l’esordio di Dog Soldiers e il più celebre (e splendido) The Descent – ma anche con la regia di alcuni degli episodi più spettacolari di Il trono di spade – è ancora piuttosto spendibile per Neil Marshall, nonostante i risultati più interlocutori dei suoi titoli successivi. Il rinnovato meccanismo della “discesa nelle tenebre” (come recitava il sottotitolo italiano dello stesso Descent) lascia presagire un ritorno ad atmosfere più congeniali, giusto un filo rilette alla luce della passione dell’autore per i pastiche dove mescolare influenze eterogenee. The Lair si presenta così come un peculiare mix tra il filone bellico e quello horror, vicino a operazioni stile Overlord, con un gruppo di soldati che si imbatte in un laboratorio da cui emergono creature mostruose. La differenza è data innanzitutto dal contesto: non la Seconda Guerra Mondiale, ma il conflitto tra le truppe statunitensi e l’Afghanistan dei Talebani, mentre il laboratorio è addirittura un residuato della vecchia Unione Sovietica, che ha catturato delle creature aliene per creare degli ibridi da usare in battaglia.

 

 

Proprio questa unione di novità e incubi di un immaginario ormai passato, riflette la peculiare impasse di un regista rimasto ancorato a un’idea di cinema residuale, ma che rivendica la sua ragione d’essere nel porsi direttamente in competizione con i meccanismi del cinema hollywoodiano tout-court. The Lair, in questo senso, è un blockbuster wannabe, realizzato fuori dai meccanismi degli Studios pur rivendicandone la stessa forza impattante. Marshall gira come un forsennato, cerca di mascherare più che può in fase di montaggio la ristrettezza di mezzi – evidente nella rozza scena dell’assedio del campo da parte dei mostri – si affida a un eccellente score di Christopher Drake e cerca una dialettica feconda tra l’ariosità delle scene aeree iniziali e l’oppressione claustrofobica dei passaggi nel bunker, anche se la vicenda a disposizione è lineare e priva di particolari guizzi. Non si arrende, insomma, all’idea di essere un possibile prodotto da piattaforma o, come si diceva un tempo, direct-to-video e batte i pugni sul tavolo per essere riconosciuto come un grande spettacolo cinematografico. La dialettica è resa ancora più esplicita dalla scelta di un punto di vista outsider: quello di Kate Sinclair, una pilota della RAF precipitata sul campo di battaglia e stretta tra i fuochi dei Talebani ostili e i distinguo dei militari americani piuttosto restii a prestarle ascolto. L’unica salvezza è rappresentata da uno sguardo trasversale, quello che vedrà nascere un’alleanza con Kabir, un Talebano pentito e pronto a schierarsi con i militari nella battaglia contro i mostri.

 

 

 

Il fatto che a interpretare la Sinclair sia Charlotte Kirk, anche co-sceneggiatrice nonché compagna e partner professionale dello stesso Marshall (è il loro terzo film insieme) aggiunge ulteriori possibili livelli di lettura. La Kirk infatti è stata in anni più recenti coinvolta in una serie di scandali collegati a presunti suoi rapporti intimi con vari executive hollywoodiani di rilievo, con tanto di strascichi legali e appassionate requisitorie di Marshall in sua difesa in varie interviste. Da questo punto di vista, la prepotenza con cui il film (e il personaggio della Sinclair) rivendica attenzione e chiede che il suo punto di vista sia ascoltato, è davvero un puntuale riflesso della dialettica contro-hollywoodiana del progetto. Una discesa nelle tenebre che è anche un’affermazione dell’immaginario proprio contro tutto e contro tutti, insomma.