Ogni racconto è una promessa di storia, una promessa di mondo, una promessa di felicità. Promette di immergerci dentro una catena o un reticolo di eventi, in uno spazio di vita credibile, in un dispositivo narrativo che ci avvinca. Ogni racconto precipita più o meno riluttantemente verso la fine, con la quale fa i conti fin dalle sue prime battute. A volte accade che un racconto pur dotato di credibilità e coinvolgente tardi troppo nello sciogliersi o si sciolga troppo presto. Quest’ultimo caso è quello che riguarda Câmp de maci (Campo di papaveri) dell’esordiente Eugen Jebeleanu, in concorso al 38° Torino Film Festival. Un film che inizia col tono dimesso di un racconto d’interni di una coppia di giovani – Hadi, un ragazzo francese che per lavoro viaggia molto, e Cristi, un ragazzo rumeno che fa il poliziotto – che hanno una relazione non ancora matura: il primo va a trovare il secondo, fanno sesso, arriva la sorella di Cristi, che lo rimprovera per la sua poca ospitalità, poi lui va a lavoro. Stacco. Il blocco successivo, che occupa quasi i tre/quarti del film, è a se stante e con incedere claustrofobico ci butta dentro una cornice storica allarmante che coinvolge parte dell’Europa dell’Est, nella quale gruppi di nazionalisti ultracattolici perseguitano le minoranze LGBT, spesso con l’appoggio dichiarato dei governi: siamo dentro un teatro tutto tappezzato di rosso in cui la proiezione di un film che racconta l’amore tra due ragazze viene interrotta da uno dei gruppi di cui sopra; un ragazzo del pubblico avvicina Cristi; capiamo che si tratta di una sua ex avventura; gli fa delle avances; il poliziotto reagisce picchiandolo; si scatena una querelle con gli altri poliziotti che tengono isolato Cristi nella platea intanto evacuata del cinema per un lungo lasso di tempo, in cui la macchina da presa gli sta incollata addosso, trasmettendoci tutta la sua ansia di essere scoperto e di non sapere che cosa fare.

 

 

Il fatto è che, nonostante la bellezza austera delle immagini, l’asciuttezza seducente della sceneggiatura e l’interpretazione nervosa di Conrad Mericoffer (Cristi), il film è costellato di spunti narrativi che vengono introdotti e poi lasciati andare per non essere mai più ripresi, come il racconto sulla nonna di Cristi, la preghiera musulmana di Hadi e, vuoto più eclatante di tutti, l’intera relazione tra i due. C’è un senso ingombrante di non finito alla fine del film, la sensazione che la sceneggiatrice Ioana Moraru e il regista non abbiano osato andare oltre e sciogliere, non necessariamente concludendolo in maniera univoca, una trama fatta di vicoli ciechi. Come si trattasse di un labirinto nel quale siamo stati fatti entrare e poi, a un certo punto, senza che il nostro senso dell’avventura arrivasse da nessuna parte, siamo stati abbandonati.

 

 

A noleggio su My Movies fino al 27 novembre: https://www.mymovies.it/ondemand/38tff/movie/camp-de-meci/

Scrivi