Sfatiamo subito il mito un po’ pigro e un po’ snob che in casa Marvel stiano continuando a spremere una formula consolidata inondando gli schermi (di qualsivoglia dimensione) di tutto il mondo con un catalogo sterminato di prodotti aventi come protagonisti supereroi in tutina. Non è vero. O meglio, in realtà è così, eppure va riconosciuta a questa casa di produzione la voglia di provare a sperimentare, l’ambizione di voler continuamente evolvere e provare nuovi orizzonti senza cedere il passo alle minestre riscaldate. Certo, stiamo pur sempre parlando di un’azienda miliardaria che deve fare i conti con un pubblico internazionale senza deludere le aspettative della casa madre, una certa Disney, che si è inevitabilmente dimostrata sempre più pachidermica e ingessata negli ultimi anni. Eppure i Marvel Studio, dopo aver raggiunto l’apoteosi produttiva con Avengers: Endgame e il recente Spider-Man: No Way Home, si sono affacciati a questa quarta fase del loro ciclo di vita con l’idea di provare ancora una volta a cambiare passo. Salutati gli storici personaggi, ora si fanno i conti con figure forse meno appassionanti o riconoscibili, ma portate in scena con uno sguardo nuovo. Da una parte infatti, grazie all’approdo di Disney+, la serialità (più o meno riuscita) si sta dimostrando una nuova forma di racconto in cui sviluppare alcune sotto trame meno esplosive e più intimamente personali; dall’altra c’è la voglia di provare a mescolare l’alto tasso di spettacolarità del brand con le corde più autoriali di chi solitamente si muove su altri fronti.

 

 

Così, dopo l’esordio in squadra di Chloé Zhao alla regia di Eternals, ecco l’arrivo anche di Sam Raimi, uno che con ha raggiunto il successo planetario proprio grazie alla prima trilogia di Spider-Man quando ancora il fenomeno non era esploso, ma che viene ricordato e amato dalla nicchia cinefila per ben altri progetti. Doctor Strange nel Multiverso della Follia (da qui in avanti Doctor Strange 2) racconta così un nuovo capitolo delle avventure dello stregone interpretato da Benedict Cumberbatch, mettendolo alla prova con il famigerato Multiverso e diverse copie di sé che gli daranno filo da torcere. Il labirinto di immagini e di immaginario in cui il protagonista casca sin dalla prima sequenza, non è altro però che lo specchio della produzione Marvel contemporanea. Fateci caso: ci sono comparsate di nuovi personaggi pronti a prendere le mosse a cominciare da questo titolo; camei di vecchie glorie per soddisfare il fan service; intrecci con plot e personaggi che hanno trovato “casa” nella serialità, costringendo così il pubblico a un recupero crossmediale di tutti i prodotti; uno schema narrativo tutto sommato consolidato, inquinato però da un’evidente matrice horror; una storia di repulsione e redenzione che vede al centro uno stregone e una strega; un universo narrativo fagocitante in grado di includere cloni, avatar e varchi spaziotemporali tra i quali spostarsi in un battibaleno.

 

 

 

Quello portato in scena da Doctor Strange 2, insomma, sembra lo stato in cui tergiversa oggi la produzione Disney. Raimi ha il difficile compito di provare a tenere insieme tutti i pezzi e, proprio come il suo protagonista, a un certo punto sembra smarrire la strada. Il regista osa (sempre in proporzione al margine di manovra concessogli) ma si ritrova troppo spesso ingabbiato in un mondo confuso e disorientante, un mondo non più interessato all’esclusiva fruizione lineare di un racconto ma decisamente più propenso a una visione multitasking, in cui ogni inquadratura deve essere capace di accendere qualche collegamento con altri contenuti. Eppure, in tutto questo pasticcio, in questa confusione, il regista si accorge che l’unica ancora ferma e impassibile (così sul grande schermo, come nella vita) restano le relazioni umane. Non è quindi un caso che in un eterno peregrinare tra un universo e l’altro, le sequenze più significative e riuscite del film siano quelle più intime. In fondo, la storia racconta di un uomo che non si fida di nessuno e di una donna che brama più affetti. Raimi è abile nell’incastonarla all’interno del labirinto di mondi che, come dice il titolo, può condurre alla follia. Proprio come molte relazioni umane, come le conseguenze dell’amore, come le intenzioni di un regista, pardon, uno stregone che deve inserirsi in un processo produttivo e un immaginario non più completamente nelle sue corde e nel quale vorrebbe provare a emergere maggiormente senza tuttavia trovare spazio.

 

 

 

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