Ci sono film che parlano a un solo pubblico; che non cercano di fare una breccia nello sguardo dello spettatore, ma ne attendono una conferma, ne completano l’immaginario. Viaggio nel crepuscolo, opera documentaria che fonde animazione, found footage e interviste originali, in un modo frammentario e imperfetto cerca di entrare in risonanza con uno spettatore già “informato” costruendo – per appunti – un discorso sull’abisso morale degli anni di piombo. Presentato Fuori concorso a Venezia78, il documentario di Augusto Contento si pone cioè l’ambizioso obiettivo di realizzare un percorso audiovisivo nel declino dell’Italia degli anni 60-70.  A offrire un filo rosso all’intera opera è lo sguardo di Marco Bellocchio e di quattro sue opere: I pugni in tasca, Nel nome del padre, Salto nel vuoto e Buongiorno, notte.  Il film lavora per associazioni e testimonianze,  costruendo per frammenti un ritratto di un paese – l’Italia – che sembra essere condannato politicamente, moralmente e antropologicamente. 

 

 

Di tutti i generi cinematografici l’animazione è forse l’unico che non può prescindere da una dimensione tecnica impeccabile. In cui cioè la forma artigiana del cinema – il tratto disegnato, la fluidità dello scorrere delle immagini, la messa in scena di un universo visivo coerente – deve essere coesa e coerente. Se proprio all’universo disegnato viene consegnato il compito di legare i due percorsi del film – l’Italia degli anni 60-70 sul piano storico-testimoniale e lo stesso Paese ritratto nei film di Marco Bellocchio – la mancanza di coerenza evocativa dell’animazione condanna l’intero progetto al naufragio. Le oltre due ore di film diventano così una somma di appunti sparsi, senza una quadra d’insieme, tecnicamente mal assemblati e incapaci di rimandare a un universo ulteriore. Un’opera con ambizioni e un compendio di immagini di repertorio importante, si trasformano in un unicum indistinguibile, in cui, anche lo spettatore più cosciente, informato e bendisposto finisce per gettare la spugna di fronte a un work in progress anestetizzato da una colonna sonora post-punk, animazioni imperfette e voci di stampo televisivo. Splendono nel buio dell’esperienza le sequenze bellocchiane, unica vera ancora di salvezza dell’intera operazione.

 

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