Il Cinema Ritrovato ha realizzato uno dei massimi desideri di qualsiasi cinefilo: vedere sul grande schermo le opere restaurate (da Gaumont) di Jean Vigo. Sono passati quasi ottantatre anni dalla morte del regista e ottantatre dalla prima proiezione del capolavoro L’Atalante, eppure la sua arte, la vita, lo spirito libertario continuano a non invecchiare. Anzi, come per la vita à rebours di Benjamin Button, sembrano sempre più giovani e vivi. In soli 29 anni e 4 film, di cui appena un lungometraggio, il regista francese ha segnato la Storia del cinema, l’immaginario, la critica, il sentire ribelle (punk ante litteram?). I gatti dell’Atalante graffiano ancora l’inquadratura, i bimbi di Zéro de conduite (Zero in condotta), prendono coscienza dell’assurdità del potere e dei rigidi dogmi e li sconfiggono con il gioco e lo sberleffo. La bandiera in pugno, le mani al cielo.

 

Jean è figlio dell’anarchico Eugène Bonaventure de Vigo, noto come Almereyda (pseudonimo e anagramma di “Y’a la merde”), ritrovato impiccato nel carcere di Fresnes nel 1917, e della compagna militante Emily Cléro. Ha conosciuto il padre attraverso le sbarre del parlatorio del carcere, vissuto l’infanzia con i nonni, l’adolescenza in collegio (fu ispirazione per Zéro de conduite), e poi la giovinezza tra gli umori libertari degli amici e compagni dei genitori e i grandi intellettuali della Francia anni Venti (Artaud, Jaubert…). È stato tra i primi registi a usare riprese aeree in maniera vertiginosa (À propos de Nice), tra i primi a utilizzare la macchina da presa sottacqua (Taris, L’Atalante), sempre in maniera funzionale alle storie raccontate, mai in nessun caso la “tecnica fine a se stessa”. Prima ancora di proiettare le immagini del suo primo film, il documentario A proposito di Nizza (coregìa di Boris Kaufman), mette a fuoco già a parole la propria idea di cinema in un “manifesto” personale e rivoluzionario.  Si pone per un “cinema sociale”, contro il cinema “digestivo” dell’epoca, per cui lo spettatore entra in sala ed esce come ne è entrato: «che il cinema dica qualcosa e svegli altre eco oltre ai rutti di quei “Signore e signori!” che al cinema ci vanno per digerire». Tutto chiarissimo in A proposito di Nizza, dove il vizio del gioco della borghesia e la volontà di non vedere i poveri ai margini o il sudore dei lavoratori sono inquadrati con lampante realismo.

Sarebbe però riduttivo collocare il suo cinema all’interno di un “manifesto” per quanto potente. Basti la sequenza onirica (realismo dell’impossibilità?) della sposa che danza nell’acqua dell’Atalante a fotografarne la meravigliosa visionarietà. Di lui disse François Truffaut: «Sembra che Vigo lavorasse continuamente in uno stato di trance, senza perdere mai la propria lucidità. Si sa che era già malato mentre girava i suoi film […] nasce allora spontaneo pensare a uno stato febbrile dietro la macchina da presa…». Il bianco e nero di Vigo ha illuminato Bologna grazie a uno splendido restauro. Non solo, la magia dell’Atalante pare magnificamente fotografata da Lorenzo Burlando (fotografo della Cineteca di Bologna) che, l’altra sera, durante la proiezione in Piazza Maggiore, ha catturato con il suo obiettivo la stella cadente capace di segnare, con ulteriore luce, il cielo scuro poco sopra lo schermo.

 

 

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