“La prima immagine è un cartone colorato, fantastico e stilizzato come certi disegni di bambini: striscia azzurra di terra, cielo viola, grattacieli neri, il ruvido arancione di una cupola situata al centro come un mezzo sole”. “Sul cartone colorato dell’inizio – la cupola situata al centro delle case come un mezzo sole – appaiono i titoli di coda”. Sono le parole che aprono e chiudono la sceneggiatura (“non è quella originale e di lavorazione: è stata desunta alla moviola dall’edizione del film presentata a Venezia”, precisa in una nota il regista Gianni Serra) pubblicata nel 1981 da Savelli nella collana “Il pane e le rose” de La ragazza di Via Millelire. Il lungometraggio del cineasta bresciano (nato a Montichiari nel 1933) fu selezionato in concorso dalla Mostra di Venezia del 1980 e inondato, salvo eccezioni, di insulti feroci dalla critica presente a quella proiezione. Poi, ebbe una limitata distribuzione, venne trasmesso dall’allora Rete 2, che lo produsse, e sparì nel nulla. Perché, fin da subito, ricorda Serra nell’introduzione alla sceneggiatura, da quel primo settembre 1980 veneziano, La ragazza di Via Millelire divenne “un surgelato «infetto»”. Se ogni film è unico, anche se alcuni possono assomigliarsi, certi lo sono più degli altri; mettono in discussione categorie prestabilite, punti di vista pre-ordinati, spazzando via luoghi comuni e “comodità” della visione. La ragazza di Via Millelire, che compie 40 anni ed è stato digitalizzato da Rai Teche (per una nuova, auspicabile, vita sugli schermi, grandi e/o piccoli), è uno di questi.

 

 

Incorniciato da quel disegno, La ragazza di Via Millelire è un corpo che fa male, ruvido nei passaggi diegetici, morbido nello sguardo, costruito come una serie di “episodi” attorno alla vita di una tredicenne e delle persone che incontra nella continua, sfinente, inderogabile tensione alla fuga. Si chiama Betty, ha una famiglia devastata (che non si vede mai), amiche e amici complici di scorribande e reazioni a qualsiasi forma d’autorità, piccole gang che gestiscono droga e prostituzione in una delle zone, quarant’anni fa, più degradate di Torino, Mirafiori Sud, di cui fa parte Via Millelire. Betty (interpretata con indolenza, rabbia, tenerezza, furia improvvisa dall’esordiente, immensa, Oria Conforti, al suo unico film) è un corpo ribelle in una società dove le differenze di classe sono enormi e dove centri d’incontro di quartiere accolgono e cercano di “sistemare” le personalità più fragili, quel sottoproletariato fatto tanto di giovani quanto di anziani e abbandonato a se stesso nelle periferie più disastrate. Gianni Serra si “occupa” di loro strappando ogni velo che si frapponga fra l’occhio della macchina da presa e quei personaggi e quei luoghi, altrettanto abbandonati e fondamentali. Esterni e interni pieni di oggetti e abitati da corpi come conficcati in essi, e al tempo stesso deambulanti, in preda a tic, nevrosi, gesti e parole ripetuti ossessivamente, come in un loop senza fine in cui le stagioni e la notte il giorno hanno perso le coordinate. Un “tempo” evaporato è reso tangibile nella sua “scomparsa” proprio dallo sguardo adottato da Serra, dalla non linearità narrativa, dai “salti” da un’esperienza alla successiva che coinvolgono sia Betty e i ragazzi sia le assistenti sociali – tra le quali si distingue Verdiana (nel suo ruolo, e in un film popolato di attori e attrici alla prima esperienza, c’è la professionista Maria Monti), la più legata a Betty, che non smette di “inventarsi” soluzioni alternative per aiutare la ragazza. Si va oltre il (neo)realismo, i “generi”, le classificazioni d’ordinanza. La ragazza di Via Millelire ha la potenza di immagini e parole (stratificate ed espanse dal gergo dialettale, dai modi di dire) che eruttano febbricitanti dal sottosuolo, dalle bocche e dai corpi di personaggi meravigliosamente erranti e sfrontati, danzanti e immobili, arrampicati su un’impalcatura o sdraiati in mezzo a una strada. Difficile “estrarre” da questo film un’inquadratura o una scena: la frammentazione narrativa trova unità nella fluidità del montaggio e del filmare preciso e attento personaggi nonostante tutto aggrappati alla vita. E una protagonista, Betty, che Roberto Silvestri definì, recensendo il film su “il manifesto”, “la prima eroina punk” (quel piccolo e prezioso volume contiene anche una serie di citazioni dalle recensioni dell’epoca).

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