This is the end: Stranger Things e il suo atto finale

Nonostante le anarchiche speranze di una nutrita folla di sostenitori ambissero verso un possibile e consolatorio finale alternativo (aka teoria del Conformity Gate), a distanza di dieci anni dal suo esordio su Netflix, si è davvero conclusa Stranger Things. Fin dalle origini ritenuta evento di grande risonanza mediatica e acchiappa utenti, soprattutto negli USA, la serie ideata dai fratelli Duffer ha concretamente segnato un’epoca sapendo conquistare sempre nuovi spettatori (dai nostalgici degli anni ’80 agli adolescenti degli ultimi dieci anni). L’ultimo episodio della serie è stato proiettato anche nelle sale cinematografiche e, secondo quanto rivelato dal co-creatore della serie Ross Duffer, oltre 1 milione di persone ha partecipato alle proiezioni del giorno di Capodanno (oltre 3.500 spettacoli in più di 620 cinema) confermando la buona riuscita dell’operazione. Dal 12 gennaio è disponibile su Netflix il documentario Un’ultima avventura. Stranger Things 5 dietro le quinte. Al netto del clamore e del successo, tuttavia, la molto attesa ultima stagione ha confermato il manifestarsi e il radicalizzarsi di alcune tendenze produttive che nel corso degli anni hanno profondamente trasformato la serie ideata dagli showrunners Matt e Ross Duffer.

 

 
Autentici artefici di un progetto mastodontico sul piano commerciale degno di un universo espandibile (già si parla di improbabili spin-off), i Duffer certamente sono stati capaci di portare all’estremo il potere attrattivo suscitato dal sentimento di nostalgia degli anni Ottanta senza essere completamente in grado di gestire le tempistiche e le conseguenze di un intreccio sempre più ingarbugliato e stratificato. Così Stranger Things può essere vista sia come una fenomenologia dell’intrattenimento on demand che ha portato molti soldi nelle tasche di Netflix sia, parallelamente, come un’autentica cartina di tornasole per comprendere la trasformazione dei comportamenti seriali degli utenti. Dopo quarantadue episodi distribuiti in cinque stagioni, con quasi cinquanta ore di trasmissione, Stranger Things giunge alla sua necessaria conclusione scegliendo la via forse più facile e furba: strizza l’occhiolino in più direzioni, lascia aperte più porte di quelle che chiude, senza assumersi quei rischi che, invece, in passato le avevano permesso di costruirsi una certa autorevolezza di fronte al proprio esigente pubblico, molto ampio ma anche molto connotato. Se da una parte emerge una certa perplessità (diffusa anche nella fanbase) nei confronti di alcune scelte che a partire dalla quarta stagione hanno reso il racconto più complicato che complesso, più verboso che immaginifico – atteggiamento peraltro dimostrato dalla spropositata lunghezza degli episodi della quarta e quinta stagione -, dall’altra, quasi paradossalmente, è forse necessario riconoscere una certa ottusa fedeltà e coerenza al proprio tempo e al proprio mondo di origine. Stranger Things ha voluto chiarire fino in fondo qualcosa che suona più o meno così: non è un prodotto degli anni ’80 ma un’operazione che ha usato gli anni ’80 come strumento, servendosene per raggiungere il proprio scopo e leggere la nostra contemporaneità secondo lo spettro del fantasy, dell’horror e del teen-movie, dell’avventura e del romanzo di formazione.

 

 
Soltanto in questo modo si possono leggere quelle soluzioni di scrittura che inevitabilmente hanno giocato sulla quantità e l’accumulo di indizi anziché sulla profondità e la sottrazione di elementi, tradendo un sostanziale atteggiamento di sfiducia nei confronti dello spettatore, spesso messo di fronte a un gioco al massacro anche dal punto di vista emotivo o comunque convocato, in maniera del tutto autarchica, ad avanzare prese di posizione nei confronti dell’intreccio. Una modalità tipica della serialità complessa dell’epoca contemporanea, sicuramente non nuova (si ripensi a Games of Thrones), ma ancora molto appagante per il pubblico disposto a offrire la propria versione migliore di speculazione interpretativa che lo ricodifica da semplice fruitore passivo a membro attivo di una comunità che insegue nuovi significati. Ricorderemo Stranger Things per tante ragioni. Senza dubbio per la capacità di ricostruire un’epoca a partire dagli oggetti e dalle scelte musicali: anche in questa ultima stagione i riferimenti espliciti non sono mancati, su tutti Heroes di Bowie e Purple Rain di Prince. Questa sua capacità di viaggiare nel tempo, inoltre, consentirà alla serie di resistere al tempo e di farsi vedere e rivedere mantenendo saldo il proprio legame con la sua intrinseca propensione ludica, offrendo sempre e comunque la sua spiccata voglia di divertire attraverso i meccanismi di un tipico gioco da tavolo e di una campagna di D & D. A ben guardare, poi, fino alla terza stagione e in parte anche nella quarta, la scrittura di alcuni personaggi resterà inscalfibile per la sua finezza psicologica e simpatia: ammiccando a I Goonies e Stand by me, senza però abbracciare davvero fino in fondo l’intensità drammatica di quei titoli cult, Stranger Things è stata più spassosa che paurosa, anche se i mostri ci sono stati, non si sono nascosti e si sono fatti sentire.

 

 
Su questo ultimo aspetto è interessante notare quanto la presenza comica di Brett Gelman (Murray) o di Maya Hawkes (Robin) e Joe Keery (Steve) abbia offerto più di uno scambio decisivo per rimettere in asse le sorti di una trama talvolta sbilanciata per cupezza e affondi psicologici gratuiti e fuorvianti; meno fortunato lo sviluppo di personaggi che, invece, nelle precedenti stagioni parevano essere centrali ai fini dell’opera come Max (Sadie Sink) e Mike (Finn Wolfhard) – già al centro di operazioni cinematografiche non banali – ma soprattutto Eleven (Millie Bobby Brown), quest’ultima esposta da altre operazioni Netflix e visibilmente poco interessata a restare nella parte di quello che all’inizio dell’opera pareva essere un personaggio estremamente stratificato. Di segno opposto l’esito scelto per Will (Noah Schnapp), finora molto ai margini ma in questa quinta stagione totalmente decisivo anche se smaccatamente segnato dallo sguardo angosciato alla Harry Potter: è lui al centro di uno dei dialoghi più incisivi dell’epilogo, con l’antagonista Henry. [SPOILER] Uno scambio di battute utile per comprendere la direzione intrapresa dalla serie:
 
Will: Puoi resistergli, aiutaci a combatterlo. Non lasciarlo vincere, Henry, ti prego. Non lasciarlo vincere!
Henry: No! Mi ha mostrato la verità. Mi ha mostrato che questo mondo è marcio. L’umanità è marcia! Avrei potuto resistergli ma ho scelto di unirmi a lui. Ha bisogno di me e io di lui. Noi siamo uno!

 

 
Che il tema del “diventare grandi” fosse al cuore della questione era chiaro da tempo: crescere significa lasciare andare e soffrire, anche fisicamente. Questo aspetto per Stranger Things è sempre stato fondamentale. Meno rilevante era stata la riflessione sulla libertà e, a quanto pare, invece, tutto l’epilogo ruota intorno proprio a una questione di scelte e azioni nei confronti del Male. Henry/Vecna è stato un bambino ferito e terrorizzato e, a causa delle sue paure, una forza oscura ha invaso il suo sguardo trasformandolo in un mostro inquietante. Chissà come sarebbe stata la vita di Henry se avesse incontrato amici simili a Will, Mike, Dustin, Max, Lucas, Steve o adulti coraggiosi come Jim e Joyce. Perché, forse, Stranger Things ha voluto ricordarci che una possibilità di salvezza da quella oscurità ci viene offerta proprio dalla luce che illumina le nostre relazioni più care, intese sempre come palcoscenico e veicolo di una possibilità di bene, accoglienza, incontro nella diversità e nella condivisione delle paure, nella fiducia reciproca. Lo sviluppo del personaggio di Eleven sembra confermare tutto questo: la ragazza trasforma in dono la propria ferita tanto da arrivare al gesto estremo del sacrificio definitivo per la salvezza di tutti. Non prima di avere avanzato a Hopper, una richiesta che traduce il senso dell’essere figli:
 
Eleven: Avevo tanta paura. Tu mi hai accolta, mi hai cresciuta, mi hai dato protezione; sei diventato mio padre. Ma non sono più una bambina. E ho bisogno che tu abbia fiducia nella scelta che farò. Ho bisogno che tu abbia fiducia in me.
 
Hopper concede alla ragazza quella fiducia necessaria per poter vivere, consapevole di essere responsabile di un atto d’amore estremo che comporta il dramma del non-trattenere e del lasciare andare, di spielberghiana memoria. Stranger Things segue questa idea fino in fondo, in definitiva, ricordandoci che non si può restare bambini per sempre ma che diventare grandi è anche un atto di cuore in cui si deve fare i conti con quel bambino che siamo stati, aperti al mistero di una vita che riserva continuamente sorprese.