Il corpo femminile, la maternità, l’identità ancestrale della donna come lotta tra l’ombra del rifiuto e la luce dell’affermazione di sé… Transitano tanti concetti legati alla ricollocazione dell’immagine e dell’immaginario femminile nell’horror contemporaneo e qui a Bruxelles il BIFFF 44 ne sta dando immancabilmente prova. Nightborn, per esempio: visto in concorso alla Berlinale 76 e presentato anche qui nella competizione europea del Premio Méliès, è l’opera seconda della finlandese Hanna Bergholm, che già quattro anni fa era arrivata sui nostri schermi con Hatching, anche quello un horror sul tema della maternità e dell’imprinting, gestito però sul rapporto simbiotico tra una ragazzina e una creatura nata da un uovo gigante. In Nightborn invece la maternità è questione tutta umana, o quasi… Siamo in territorio finnico pienamente arcaico, questione di creature dei boschi, di ombre selvatiche che si allungano sulla gravidanza della protagonista, Saga. La quale, totalmente innamorata del marito inglese, Jon, riesce a convincerlo a trasferirsi in Finlandia, nella casa ai confini del bosco appartenuta alla nonna, ora decrepita ma un tempo culla dei suoi giochi più felici.

- In realtà la casa, anche una volta ristrutturata, resta uno spazio liminare tra la civiltà degli uomini e il mondo oscuro della foresta, con le sue inquiete presenze che aleggiano nell’ombra e interferiscono con la vita di Saga e con la sua gravidanza. Il bimbo che nasce ovviamente ha qualcosa di strano: anche se tutti dicono che è un bambino perfettamente in forma, la creatura cresce troppo rapidamente, ha il corpo ricoperto da una folta peluria, un accenno di coda si nota sul suo fondoschiena e soprattutto sembra più interessato a suggere sangue che latte dal seno della madre. Il padre, da buon inglese, mantiene la calma e sembra non accorgersi delle peculiarità del bimbo, al quale la madre impone il nome di Kuula, suggeritogli dal bosco al momento del battesimo. Quella che in realtà sembra sempre più turbata dal bimbo è proprio Saga, l’unica che vede le inquietanti particolarità del bimbo, mentre tutti gli altri in famiglia adottano un atteggiamento polite che rasenta l’idiozia e anzi addita le preoccupazioni e le paure della donna come i naturali disturbi della sindrome postparto.

Hanna Borgholm insomma costruisce un plot che sembra comprendere e ribaltare allo stesso tempo una rivisitazione in chiave finnica di Rosemary’s Baby, proiettando le paranoie femminili dalla scena sociale altoborghese newyorchese a quella arcaica e naturale della tradizione finlandese. Nightborn è in realtà un affondo sul rapporto tra il positivismo adottato dalla società dinnanzi a ogni emergenza irrazionale che si presenti all’animo umano e l’incombenza delle tracce di una spiritualità arcaica e pagana nella soggettività dell’individuo. La sensibilità di Saga è insomma la traccia sulla quale la regista costruisce una interpretazione della maternità come attraversamento della relazione istintuale.
Il punto di arrivo del dramma horror in atto è infatti l’accettazione dell’ombra e l’inclusione empatica tra la natura umana della madre e quella arcaica del figlio. Ma prima di arrivare a questo, Nightborn attraversa una serie di situazioni che sovraccaricano l’impianto del film, che traccheggia tra il grottesco, l’ironico (a volte involontario…) e l’enfatico. I personaggi, in primis Saga e Jon, sembrano perdersi nello schema narrativo che li ha generati e non trovano mai quella pregnanza psicologica che avrebbe aiutato il film a lavorare su una sostanza più concreta.


