Sarebbe uno strano incontro, quello fra un uomo e una sirena, se Chao non lo inserisse all’interno di un contesto in cui l’ordinario segue criteri tutti suoi: nella Shanghai immaginata da Yasuhiro Aoki si aggirano infatti esseri umani dai corpi grotteschi e deformed, con teste o fisici enormi (anche quando neonati), mentre alle strade si affiancano dei sentieri d’acqua sospesi nel cielo. Tutto perché qui uomini e creature del mare coesistono, impegnati in una convivenza difficile, tra multinazionali che guardano solo al profitto e le eliche delle navi che scatenano l’ira di Nettuno per le ferite che infliggono ai suoi simili. In un simile scenario, il giornalista Juno legge e rilegge la fiaba di un uomo che ha sposato una sirena, fino a incontrarlo davvero. Si chiama Stephan e qualche anno prima si era ritrovato preda di un matrimonio combinato con Chao, la principessa delle sirene sbucata dal mare e subito innamoratasi di lui. Un legame benedetto dal suo boss che vedeva in questa occasione il suggello all’amicizia con il mondo marino e il rimedio agli screzi provocati dalle sue motonavi a elica. Una possibilità che peraltro lo stesso Stephan ha accettato di buon grado per logica aziendale: sul piatto c’era infatti il suo prototipo di un inedito propulsore “salvasirene” perché in grado di sostituire le eliche. La variabile impazzita era però la convivenza con una donna d’acqua, un po’ umana, un po’ pesce, con le sue bizzarrie e abitudini, ma anche con una storia alle spalle che avrebbe fatto rivedere sotto una nuova lente i rapporti affettivi tra i due sposini.

La riscrittura di un canovaccio tutto sommato abbastanza classico – si va da La sirenetta fino ai più recenti Ponyo sulla scogliera o Lu e la città delle sirene – si offre nel segno di una visione umana e sociale in cui la capacità di accettare l’altro da sé diventa condizione essenziale per il racconto. Il rapporto tra Stephan e Chao non riflette infatti soltanto le difficoltà di quello tra gli esseri umani e le creature marine (e dunque la natura tutta), ma anche ogni possibile paradigma amoroso in cui la paura di dichiararsi, il timore per le differenze o il cedere alle paure istigate dal ruolo sociale finiscono per creare barriere e muri di incomprensione. Alla rigidità degli schemi, Yasuhiro Aoki oppone l’entusiasmo palpabile di una visione che assume caratura psichedelica nella tensione a cui sottopone forme e colori della sua messinscena, tra arti tesi allo spasimo, ritmi incalzanti e un quadro sempre saturo di dettagli, complice l’ambientazione in una Shanghai esotica e sempre piena di elementi architettonici e grafici. La cura dei disegni è palpabile, con le animazioni tradizionali e il più moderno apporto della CGI che raggiungono un livello di compenetrazione molto raffinato e raramente straniante, come invece accade in molti altri casi. Il lavoro sui toni segue la stessa direttrice: l’accumulo costante delle gag non lascia venir meno una visione più coinvolta nel ritratto dei sentimenti e delle amarezze nascoste nelle esperienze dal passato, fatto che giustifica anche la cornice che esalta il potere della narrazione attraverso la mise-en-abyme del narratore che ispira racconti e che “diventa” la sua storia rievocandola in un’intervista.

All’interno di una vicenda tutto sommato semplice, Chao tenta perciò di scardinare le convenzioni e appare in questo modo un oggetto alieno, indecifrabile nei suoi primi passaggi e poi sempre più chiaro nello svolgimento, in cui Aoki fa tesoro delle esperienze accumulate con Koji Morimoto e i corpi lievi di Beyond (segmento dell’antologia Animatrix, dove fu capo animatore) e con Masaaki Yuasa, che lo aveva arruolato nelle fasi finali di lavorazione del suo Mind Game. Il tutto mentre l’uso esasperato delle prospettive guarda ad altri esempi dello Studio 4°C, basti pensare a Tekkonkinkreet di Michael Arias e nel flusso inarrestabile delle sequenze spuntano persino citazioni puntuali da Hollywood Party e dal primo Transformers di Michael Bay. Una convivenza di esperienze difformi e in più occasioni anche opposte che però il film riesce a mettere insieme con coinvolgente capacità. Presentato in anteprima italiana alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, dopo il Premio della Giuria vinto al festival di Annecy.


