All come to look for America – Il mestiere di parare

“Il portiere caduto alla difesa
ultima vana, contro terra cela
la faccia, a non veder l’amara luce.
Il compagno in ginocchio che l’induce
con parole e con mano a rilevarsi,
scopre piene di lacrime i suoi occhi.”

 

Inizia così Goal (inclusa nella raccolta Parole) scritta nel 1921 da Umberto Saba, forse la poesia più celebre di argomento calcistico. E non può essere un caso che la rete sia vissuta dalla parte di chi l’ha subita. Il ruolo del portiere è per sua natura spietato e affascinante: non puoi nascondere i tuoi errori, ai quali difficilmente un compagno riesce a rimediare, così da diventare spesso delle sentenze. Un mestiere per matti, come vuole la vulgata, accomunandoli ai batteristi (devo cominciare a farmi delle domande…)  che da ormai trent’anni si va ulteriormente complicando: non bastasse la regola che impedisce di utilizzare le mani sui retropassaggi, la dilagante costruzione dal basso richiede una padronanza con i piedi che non sempre si abbina alle qualità proprie dell’estremo difensore, tant’è che se fino a ieri pensavo che la squadra ideale di Guardiola é formata da dieci centrocampisti, comincio a pensare che ne vorrebbe undici… Chissà cosa avrebbe scritto Gioanbrerafucarlo di questa evoluzione (?) del ruolo. Di certo non si sarebbe entusiasmato per una semifinale di Champions che si conclude 5-4 (con evidenti responsabilità dei portieri…). Forse i giovani non sanno e non tutti i meno giovani ricordano che per lui lo 0-0 rappresentava il risultato perfetto. Sì, un po’ ci giocava, non mancandogli il gusto della provocazione, ma nella sostanza era proprio di quell’avviso. Altri tempi.

 


 

In questi che stiamo vivendo e segnatamente nella fase finale del Mondiale uno e trino, si è fin qui messo in luce un manipolo di portieri attempati (ma questa non è una novità: Zoff si laureò campione nel mondo nel 1982 a quarant’anni compiuti) del primo dei quali, il quarantenne capoverdiano Vozinha, ci siamo già occupati in questa rubrica, affrontando il… sempreverde argomento dei protagonisti di una certa età. Oggi vogliamo citare per primo Eloy Room, il protagonista indiscusso del pareggio a reti inviolate con l’Ecuador, che ha consentito alla nazionale di Curaçao di conquistare il suo primo punto mondiale, dopo lo sconfortante 7-1 incassato all’esordio contro la Germania. Nato a Nimega, in quella che è ritenuta la città più antica dei Paesi Bassi, nel febbraio del 1989, nel 2015 optò per la cittadinanza del Paese caraibico di cui è originaria la sua famiglia, collezionando 74 presenze in nazionale. Cresciuto nel Vitesse, squadra con la quale ha conquistato la Coppa dei Paesi Bassi nel 2017, prima di passare al Psv per fregiarsi di uno scudetto da panchinaro (tre sole presenze), in questo 2026 ha difeso la porta del Miami, nella seconda divisione statunitense. Le sue 15 parate hanno anche migliorato il record di specialità, di cui francamente ignoravo l’esistenza. Nella stessa partita si è distinto anche il suo dirimpettaio, il trentanovenne argentino di Rosario Hernàn Galindez, ecuadoriano dal 2019 e nazionale dal 2021, con alle spalle la partecipazione alla rassegna del 2022.

 

 
È invece al suo terzo mondiale  l’iraniano Alireza Beiranvand, che nel 2018 neutralizzò un calcio di rigore di Ronaldo (a sua volta diventato il primo calciatore ad andare a segno in sei edizioni, sempre per la fortunata serie “Il nuovo che avanza”). Trentaquattro anni a settembre, è stato determinante nello 0-0 con il Belgio, che mantiene aperta la porta dei sedicesimi di finale. Poco meno di due metri di statura, detentore di due primati certificati dal Guinness (davvero notevoli i 61,26 metri di lancio con le mani, ancora più del rinvio con i piedi di 78 metri) Beiranvand ha una storia personale particolarmente toccante. Fuggito di casa (si fa per dire, essendo cresciuto in una famiglia di nomadi, che l’aveva costretto anche a mendicare) quando aveva tredici anni, raggiunse Teheran, dove svolse diversi lavori, tra i quali il lavavetri, prima di essere notato tra i pali di un campetto di periferia e poter così realizzare il sogno di diventare un portiere professionista, facendo incetta di scudetti con il Persepolis, oltre che di riconoscimenti individuali, disputando anche due stagioni all’estero tra il 2020 e il 2022, la prima con i belgi dell’Anversa, la seconda con i portoghesi del Boavista.

 

 

Anche in questo caso vale la pena di spendere due parole per l’altro portiere della partita in questione, sottolineando l’affinità fisica, ovvero i due metri di altezza, ma anche la vicenda umana completamente diversa. Il trentaquattrenne belga Thibaut Courtois, nato nelle Fiandre da genitori entrambi pallavolisti, iniziò infatti giovanissimo a giocare a calcio, vincendo il suo primo scudetto a 19 anni, quando fece anche il debutto in nazionale. In forza al Real Madrid dal 2018, dopo aver vestito le maglie dell’Atletico e del Chelsea, sta disputando il suo quarto mondiale, avendo collezionato 111 presenze in nazionale, nonostante i quasi due anni di assenza (dal 14 giugno 2023 al 14 marzo 2025) conseguenza del furibondo litigio con l’allora ct del Belgio, Domenico Tedesco, calabrese di Rossano, che, ancora una volta con il nome del destino, si trasferì in Germania a soli due anni. L’oggetto del contendere? La fascia di capitano che Tedesco affidò a Lukaku, preferendolo appunto a Courtois, che, come detto, non la prese bene, tornando in nazionale soltanto dopo l’esonero dell’attuale allenatore del Bologna, che venne sostituito dal francese Rudi Garcia, a sua volta reduce dall’infelice esperienza sulla panchina del Napoli campione d’Italia, dopo avere allenato, tra le altre, la Roma dal 2013 al 2016. Un po’ d’Italia la troviamo sempre…

 

 

Per abbassare l’età media dei protagonisti di questo articolo, ricordiamo che lo spagnolo Lamine Yamal, andando a bersaglio domenica scorsa contro l’Arabia Saudita a 18 anni e 343 giorni è diventato l’ottavo calciatore più giovane a segnare nella fase finale di un mondiale, in una classifica saldamente guidata da Pelè, goleador nel 1958 a 17 anni e 259 giorni. Per alzare invece il livello culturale, citiamo tre film molto diversi tra di loro, accomunati però dall’avere a che fare con gli estremi difensori: La paura del portiere prima del calcio di rigore (1972) regia di Wim Wenders, sceneggiato con l’autore dell’omonimo romanzo, il premio Nobel Peter Handke; The Keeper (2019) di Marcus Rosenmüller, ispirato alla vita di Bert Trautmann, da prigioniero tedesco a portiere del Manchester City e infine Zamora  (2023) di e con Neri Marcorè, tratto da Roberto Perrone.