Melissa (Hafsia Herzi), 32 anni, francese, di origine magrebina, agente penitenziaria di grande esperienza, si trasferisce dalla terraferma in Corsica con i suoi due figli piccoli e il marito Djbril (Moussa Mansaly). È l’occasione per un nuovo inizio. Entra a far parte del personale di un istituto penitenziario un po’ diverso dagli altri, il Borgo dove, si dice, sono i detenuti a sorvegliare le guardie. Non un caso che questa prigione, così atipica, si trovi in Corsica, terra eccezionale non solo per la sua natura di isola separata dalla terraferma ma per via della sua storia che, al di là dei nazionalisti, la portano a non considerarsi francese obbedendo ad altre regole. Un luogo caratterizzato da un’identità dura che conferisce alla geografia umana una sua singolarità. L’asprezza della Corsica, la sua lingua, i suoi paesaggi passando per l’organizzazione regolata di questa società, affascinano a prima vista Melissa, autentica straniera di fronte al nuovo mondo e a nuove sfide. La sua integrazione è facilitata da Saveriu (Louis Memmi), giovane detenuto che sembra influente e che la prende sotto la sua protezione. Ma una volta uscito di prigione, Saveriu riprende i contatti con Melissa per mantenere un legame con il carcere. Si innesca così un rapporto torbido fatto di favori e ambiguità che farà emergere le reali intenzioni di Saveriu ma anche le profonde motivazioni di Melissa.

Il terzo lungometraggio (è del 2023, nel frattempo ha realizzato già il suo quarto intitolato Lo sconosciuto del Grande Arco) di Stéphane Demoustiere è ispirato a un fatto di cronaca avvenuto all’aeroporto di Bastia nel 2017, un duplice omicidio in cui l’ex guardia carceraria Cathy Sénéchal aveva indicato con un bacio a dei sicari della mafia corsa l’identità delle vittime per conto di un gruppo di mafiosi che aveva conosciuto in prigione. Sceneggiato insieme all’avvocato penalista Pascal Gambarini, in qualche modo Borgo è l’ideale seguito del discorso avanzato nel precedente e glaciale La ragazza con il braccialetto film in cui Demoustiere interpellava lo spettatore a proposito di giustizia e etica, pregiudizio e verità. «L’etica è la morale applicata a una professione. La vera questione rimane quella delle regole. In quale momento bisogna uscirne per essere morali? E al contrario, in quale momento ci preservano, ci aiutano a mantenere il senso della morale? Sono domande vertiginose che le situazioni di crisi esacerbano» è quanto dichiarato dallo stesso regista interessato a proporre un profilo non allineato e profondamente in difficoltà, immerso nella propria umanità sfaccettata e complessa. Melissa si presenta in totale controllo, al limite della presunzione di sé e delle situazioni, con le spalle larghe di chi si può permettere di osare e invece si riscopre fragile, esposta e incapace di gestire quello che a tutti gli effetti è il suo deragliamento perché impatta con una realtà molto più cruda, a volte sordida, lontana dalla magnificenza che aveva inizialmente percepito e voluto abbracciare.

Al netto dell’intrigo messo in scena, in dialogo con spazi interni chiusi e asfittici e luoghi aperti ugualmente deprivanti, e oltre a fornire un valido esempio di convergenza tra generi (sempre in bilico tra noir atipico, prisonal e poliziesco), il film di Demoustiere (proprio come il suo precedente) è interessante soprattutto per come usa il cinema. Se da una parte, come dichiarato dallo stesso autore «serve a prendere le distanze, a guardare le cose in modo diverso modificando i punti di vista, la distanza e il ritmo, laddove la frenesia mediatica perpetua delle immagini fallisce», il cinema è il detonatore di un’esperienza visiva di cui il film si nutre. Da una parte l’indagine condotta dall’ispettore e basata su un continuo cercare indizi dentro a un video (si potrà forse accedere a una parte dei fatti – anche se le immagini a volte ingannano – ma mai all’essenza delle cose), dall’altra la sua condizione di guardia (colei che guarda, appunto) radicata in un desiderio di controllo assoluto che si rivelerà impossibile da realizzare: Melissa si scoprirà vulnerabile proprio nel momento in cui comprenderà di essere guardata (quella danza è iniziatica più che provocatoria), proprio lei che era entrata nella prigione per guardare i detenuti. La vera e tragica trasformazione di Melissa è tutta in questa inversione: da soggetto che guarda a oggetto guardato. In fondo, come per l’indagine, anche per Melissa, non è moltiplicando le prospettive che si comprenderà meglio la verità di un essere. Dietro la coltre del genere, allora, Borgo è un film che ridefinisce il concetto di reclusione e limite dalla prospettiva dello sguardo umano.


