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LOCARNO79: Ai confini delle identità, in Concorso “I Rarely Wake Up Dreaming” di Isabelle Stever

Il sogno come confine tra la veglia e il sonno è il limite invalicabile della realtà, sospesa tra aspettative e accadimenti, desideri e delusioni, oppure tra speranza e paura, vita e morte, pace e guerra, se il sonno in questione è quello della ragione. È su questo margine che lavora I Rarely Wake Up Dreaming, agendo però sulla parte viva, concreta dei concetti, mettendoli alla prova nel corpo autentico della Storia, sul versante est dei drammi bellici del nostro tempo. Scritto dalla ucraina Anna Melikova, il nuovo film di Isabelle Stever, in Concorso a Locarno79, si muove infatti nel terreno vago – eppure precisissimo, quando tocca i parametri della vita reale – della identità: quella nazionale, difesa sul confine ucraino aggredito dalla Russia, e quella di genere, che riguarda i due protagonisti del film, Olya e Oleh, coppia transgender che deve far fronte al caos del conflitto che ricade sulle loro esistenze.

La transizione di Oleh, infatti, ha appena avuto il riconoscimento ufficiale sui documenti quando le truppe russe superano il confine ucraino: la guerra è una drammatica realtà che mobilita le persone, le costringe a spostarsi fisicamente in zone sicure o a vestire la divisa e andare al fronte. Olya, una gay dichiarata, e Oleh sono una coppia e cercano di raggiungere la Germania assieme ai genitori di lei. Ma i documenti di Oleh dicono che è un uomo e nessun uomo ucraino può lasciare il paese. Eccoli dunque bloccati nella terra di nessuno di una identità da difendere sul versante della persona, e su quella di un popolo che difende la propria terra: la guerra stagna, le bombe cadono, Olya potrebbe andare ma resta con Oleh, che cerca di far valere il suo stato di genere transitorio, ma riceve intanto la cartolina di convocazione dell’esercito.

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In questo scenario intenso e confuso, I Rarely Wake Up Dreaming costruisce uno spazio che sa essere allo stesso tempo chiaro e determinato, per quanto riguarda i diritti della persona, ma anche trasversale e interlocutorio, sul versante dei fatti storici. La carne viva del dramma sta tutta nel lavoro sui due protagonisti ucraini, entrambi attori non professionisti, entrambi capaci di portare con lucidità nel film le loro esperienze personali: Markus Bright, Oleh, è un giovane giornalista transgender conosciuto da Anna Melikova nella giuria di un festival LGBTQ+; Tania Myronyshena, Olya, anche lei una giornalista che attualmente vive in Germania, è stata trovata dalle filmmaker con un e-casting su Instagram. La tensione emotiva e sentimentale che il loro lavoro porta nel film è palpabile e si confronta fisicamente con lo scenario bellico evocato in distanza e incarnato negli scompensi quotidiani che porta nelle esistenze. Tutto il film è costruito anche visivamente proprio sulla distanza negata degli spazi personali, così come sulla caduta delle barriere individuali conquistate a fatica, quelle che garantiscono nel nostro mondo la convivenza tra personalità differenti, concezioni diverse: tutte cose spazzate via dalla guerra.

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Isabelle Stever lavora con intelligenza sulla profondità di campo come concetto visivo per costruire lo spazio identitario adeguato: la cerca sin dall’incipit del film, la ribadisce nella scena su cui scorrono i titoli di testa e la pratica per tutto il film, ora riducendola nelle scene di comunione festosa, ma più spesso negandola nella compressione degli spazi di convivenza forzata appiattiti dalle focali corte… Il gioco chiaroscurale, l’alternanza tra luce e buio, il rapporto dinamico tra lo stare insieme e l’allontanarsi, l’intimità delle scene di sesso: tutto contribuisce a creare una realtà letteralmente problematica, in cui viene messo in discussione lo spazio esistenziale e identitario. Ed è proprio per questa drammaturgia così pienamente interlocutoria che appare un po’ forzata in chiave simbolica la volata finale, in cui l’idea di una nuova famiglia viene resa con una soluzione di sceneggiatura indubbiamente plastica, ma che può anche suscitare l’idea di un afflato identitario nazionale tutto sommato incongruo rispetto alla prevalente tensione umana e ideale che anima il film.