Venezia83 – Robert Pattinson a caccia di orchi da reality show in Primetime di Lance Oppenheim

Tra i documentari che hanno preceduto la realizzazione di Primetime, in concorso all’83ª Mostra di Venezia, il cortometraggio d’esordio The Dogmatic (2012) si erge a termine di paragone imprescindibile per comprenderne la densità estetico-narrativa. Se lì il giovane Lance Oppenheim originario della Florida, classe ’96, pedinava un gruppo di militanti improvvisati che rapivano cani maltrattati dai padroni, anche nel suo primo lungometraggio di finzione sceglie di raccontare la cattura di chi abusa del proprio potere (mediatico, fisico, economico o politico). L’obiettivo profondo è scardinare la percezione delle immagini, interrogando lo sguardo che lo spettatore instaura con vittime e carnefici, tra etica e giustizia, visibile e invisibile. Il film prende spunto da fatti realmente accaduti nel 2004, quando il programma giornalistico Dateline della NBC lanciò un nuovo format investigativo sulla scia dei reality show, sotto la guida del noto volto televisivo Chris Hansen. Il programma, a tinte scandalistiche, diede vita alla serie di puntate intitolata How to Catch a Predator, che trasmetteva storie di adescamento di pedofili in case-trappola con attori-esca.

 

 
Grazie al successo, il programma raggiunse la prima fascia della programmazione e diventò un caso mediatico di notevole interesse, fino al momento in cui la bolla implose a causa del coinvolgimento di un senatore degli Stati Uniti durante una delle puntate. Oppenheim modella una forma cinematografica che esaspera il proprio stile ipercinetico e sfacciatamente post-moderno, sempre in bilico tra sensazionalismo estetizzante e cortocircuito visivo. Il regista va alla ricerca di un’ibridazione capace di coniugare i refrain di inizio anni Duemila alle ossessioni dei giorni nostri, muovendosi dalle parti del thriller. Primetime è un oggetto anomalo, sebbene forte di un repertorio ampiamente riconoscibile, che si districa tra riprese nevrotiche, immagini sgranate, colori acidi, split screen e situazioni che convocano le storture della contemporaneità: ipocrisie, abusi di potere, controllo mediatico e perversione del successo. È un film sulle contraddizioni del nostro mondo, osservato attraverso la lente di ingrandimento del passato che distorce la realtà e la consistenza delle immagini, tanto che il sospetto di essere incastrati come spettatori di un gioco al massacro, ruffiano e compiaciuto, è sempre dietro l’angolo. A chi si rivolge il film? Con chi vuole comunicare? La vischiosità paludosa dentro la quale sguazza potrebbe inquinare a tal punto la leggibilità dell’operazione da ribaltarne il segno. In chi si immedesima lo spettatore?

 

 
Non a caso, dentro questo aggrovigliato nodo di ambiguità, riflessi e finzioni, il riferimento all’anno 2006 e alle immagini dell’esecuzione di Saddam Hussein raccoglie tutte le istanze del film, come dichiarato dallo stesso Oppenheim: «Con Primetime, mi sono proposto di realizzare un ritratto istituzionale di To Catch a Predator all’apice del suo successo. Come è cambiato il programma con l’aumentare della sua popolarità? Che impatto ha avuto il lavoro su chi ne faceva parte: gli attori, i produttori? Volevo ripercorrere le diverse ambizioni di coloro che coesistevano all’interno di questo apparato, vederle convergere in un momento di crisi. E mi piaceva l’idea di rivisitare la cultura mediatica dei primi anni 2000, prima che il panorama dell’informazione si frammentasse, quando uno spazio in prima serata sembrava una questione di vita o di morte. Per alcuni, lo era davvero». Sebbene nella prima parte i fari della narrazione siano puntati su Robert Pattinson – che interpreta proprio il cinismo di Chris Hansen sulla soglia del successo tanto sognato –, nella seconda parte, in maniera sempre più evidente e convincente, il film tende a esaltare la figura di due personaggi solo in apparenza marginali: Merritt Wever, che interpreta la produttrice dello show disposta a tutto pur di raggiungere la vetta, e Skyler Gisondo nei panni dell’esca Dan Plumb, aspirante attore e vero traino dell’intero progetto. Entrambi sono capaci di uscire dalle proprie zone d’ombra per guadagnare la visibilità. Al contrario, Primetime è un’opera prima che sceglie di galleggiare in queste zone d’ombra: un film offuscato, mai nitido, a tratti furbo e comodo, che preferisce non dare troppo fastidio e che, in fin dei conti, manca della volontà di farsi ricordare.
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