Lo scenario è quello di Porto Alegre, che evoca reminiscenze di controcultura ai tempi della globalizzazione alternativa: oggi è il luogo in cui un ragazzo disabile, London, vive la sua natura queer nei locali notturni. È lui il soggetto dell’omonimo film d’esordio di Victor Di Marco e Marcio Picoli, presentato alla 41ma Settimana della Critica di Venezia 83: lo seguiamo di giorno e di notte, fra gli esami medici che cercano di diagnosticare il suo problema neurologico e gli incontri nei locali, dove domina gli astanti con pratiche fetish che sembrano uno specchio della sua vita con il tutore alla gamba – scene in cui la mente corre altrove, quasi intravedendo una larvata suggestione del Cronenberg di Crash. Proprio la dialettica fra le due vite del personaggio è il fulcro nodale di una storia in cui London cerca una dimensione che lo sottragga letteralmente da sé stesso: ingabbiato di giorno in un corpo di cui non ha il pieno controllo, liberato di notte quando “imprigiona” gli uomini che incontra, vive una perenne tensione alla dislocazione, a iniziare da quel nome che gli indica scenari alternativi dove, magari, provare a ricominciare, abbandonando il Brasile. Di Marco e Picoli lo raccontano con empatia, con la consapevolezza di chi vuole fornire uno sguardo trasversale: non la storia di un disabile secondo i più vieti cliché, nemmeno il pieno ritratto di una comunità queer, ma una vita in cerca del proprio spazio e di un’identità negata nei presupposti.

In questo senso va inquadrata anche la forma del film, che cerca aperture libere, fra i colori al neon della citta notturna e quelli più asettici degli ambulatori medici: in entrambi i casi London sembra porsi quale icona scentrata, spesso scontornata nei giochi di luce o nei viraggi della fotografia, centrale all’interno dell’inquadratura eppure sempre pronto a uno scarto laterale. Un personaggio refrattario agli schemi consolidati, che non “sta fermo” sotto la macchina della risonanza magnetica tanto da dover esser sedato. E che una volta ottenuto l’esito degli esami non ci si confronta, li chiude in un frigorifero perché la loro lettura legittimerebbe la sua condizione fisica e dunque lo incasellerebbe in un ruolo, secondo la visione deterministica della nostra società. E anche nell’abitazione dove consuma i suoi fugaci incontri sembra spesso più un ospite che un reale padrone della scena. Merito degli autori è dunque quello di raccontare la vicenda senza indulgere né nel sensazionalismo né nel realismo brutale. Al contrario i due sembrano voler ossequiare un flusso di coscienza incarnato in un magnifico corpo scentrato, che si fa fulcro di inedite possibilità: London è infatti interpretato dallo stesso Victor Di Marco, che quindi lavora sulla sua iconografia con sincerità disarmante e profonda tenerezza per le immagini che naturalmente su di lui e da lui si producono. Una lezione di messinscena prima ancora che di narrazione.



