Carla è una quarantenne italiana impiantata a Parigi, ha un ex marito, un figlio decenne e un nuovo lavoro di prestigio come responsabile delle risorse umane in una società di assicurazioni che fa dell’inclusione il proprio cavallo di battaglia. Il battesimo (di sangue?) avviene proprio durante la presentazione di un nuovo spot pubblicitario fatto per creare appetibilità alle nuove leve professionali, che dovrebbero riconoscere l’azienda come un potenziale e desiderabile punto di arrivo. Insomma: un ambiente invidiabile informato da idee condivisibili. E invece. La proiezione del jingle, tutto improntato sull’accettazione del diverso, viene demolito dall’amministratore delegato: “davvero accettereste un posto in cui il principio guida fosse la cura e l’inserimento professionale dei disabili?”. L’entusiasmo scema, la reprimenda moralmente disgustosa del grande capo scoperchia le ipocrisie. No, in una società in cui la disabilità si mostra come un trucco magico, nessuno vorrebbe stare. Ma Carla non deve solo ottenere i risultati che il suo capo pretende da lei, deve anche mostrarsi comprensiva e, soprattutto, produttiva nei confronti dell’azienda che la ha accolta. Target, performance consone e all’altezza, disponibilità al team building di facciata: specchi deformanti di un capitalismo in cui si chiede il risultato prima di ogni forma di umanità.

Certo, fin qui niente di nuovo, ma Un bon petit soldat (in Concorso a Venezia 83), ennesima incursione del magnifico Stéphane Brizé nell’analisi dei meccanismi del mondo del lavoro, aggiunge qualcosa di imprescindibile: ovvero che in un ambiente professionale malato, le persone – i singoli esseri umani – tendono ad ammalarsi. Carla cerca di mantenere una personale umanità – nei rapporti con l’ex marito, con i colleghi, soprattutto con il figlio – ma tutto questo le risulta impossibile. Carla marcisce dentro grazie – a causa – dell’inumanità richiesta dalla sua vita lavorativa. Carla non sacrifica solo la propria presenza nel “personale”, piuttosto la tradisce, la inquina, la marcisce. Un bon petit soldat – splendido fin dal titolo, Un buon soldatino, che testimonia l’arruolamento all’immoralità di un capitalismo che impone regole di produttività da traslare nella vita personale di ognuno – racconta una perdita di sé implacabile e inevitabile: Carla perde contatto con sé stessa, si incarta nella risoluzione di un caso eclatante di mobbing, tratta il figlio – in una videochiamata incentrata su un ripasso di geometria che diventa sfogo e tortura – con una violenza da tagliatrice di teste aziendale.

Brizé, autore di titoli fondamentali nella descrizione e ricostruzione della deriva in atto nel mondo occidentale del lavoro – pensiamo a La legge del mercato, In guerra, Un altro mondo – aggiunge un tassello fondamentale in cui si racconta come una donna (lavoratrice, dedita, funzionale) possa perdere la serenità affettiva per seguire pedissequamente le regole di ingaggio che le sono imposte. Nell’assicurazione in cui Carla lavora (ente che dovrebbe proteggere e invece smonta, nega, rifiuta) si richiede dedizione alla causa, ferocia, imperturbabilità e mai – dico mai – empatia. Brizé descrive con ironia (quando ci vuole) e dolore (quando è necessario) l’ambiente malsano a priori in cui Carla deve lavorare, dove è costretta, in ogni modo, a emergere. Alba Rohrwacher, in uno dei ruoli più intensi e sfaccettati della sua carriera, è magnifica nel donare a Carla un dolore sempre compresso, un senso di colpa allogeno in cui il bisogno di performatività digerisce e ingloba la sua necessità di essere dirigente, donna, madre costringendola alle regole di un ingranaggio che stritola senza possibilità di redenzione. Vincent Lindon si reinventa nella parte di un amministratore delegato crudele e dedito al culto del profitto come unica questione dirimente. Un bon petit soldat è un film orgogliosamente politico (di un autore da sempre orgogliosamente politico), dolorosamente sociale (di un autore orgogliosamente sociale) e contemporaneo (di un autore che della contemporaneità ha fatto una ragione etica ed estetica), disperatamente femminista, segnato da un senso di sconfitta ma anche da una percezione tangibile del giusto e del vero: un cinema irrinunciabile e attuale che forse non ci meritiamo fino in fondo.


