L’idea alla base era piuttosto ambiziosa. Prendere il romanzo di un autore di successo (Daniel Kraus, il coautore, insieme a Guillermo Del Toro, di Trollhunters – I racconti di Arcadia e La forma dell’acqua; ora Premio Pulitzer per il dramma bellico metafisico Angel Down), adattarlo alle proprie esigenze e farne un film ambientato in un unico luogo minaccioso pronto a riempirsi non solo di tensione, ma anche di simboli, allegorie e rimandi psicologici a un passato familiare da elaborare. Brian Duffield, regista quarantunenne, pare gradire particolarmente l’intrusione in corpi estranei, unita alla stretta relazione che viene a crearsi tra un presente bloccato su se stesso e un passato dai tratti rivelatori e formativi: nel suo precedente Nessuno ti salverà erano gli alieni a installarsi nell’abitazione di una donna protagonista di un grande trauma passato che le aveva alienato le simpatie di tutto il sobborgo in cui viveva. In Whalefall: Nella balena, un ragazzo (Austin Abrams, già promosso protagonista da Zach Cregger in Resident Evil) che non ha ancora superato la drammatica morte di suo padre (Josh Brolin), suicidatosi a causa dell’avanzare di un male incurabile e il cui corpo non è mai stato recuperato dalle acque dell’Oceano in cui si è gettato, s’immerge nel tentativo di ritrovarne il cadavere e risolvere così le questioni irrisolte e le incomprensioni che sente di aver accumulato nel passato.

Ma come Pinocchio, ancora più del biblico Giona, Jay, il ragazzo, viene ingurgitato da un enorme capodoglio e si ritrova a lottare per la sua sopravvivenza nello stomaco della creatura marina. Per circa un’ora di film, Duffield punta sull’orrore organico. Il ventre molle del capodoglio è un ambiente alieno, a metà tra Viaggio allucinante di Richard Fleischer e Alien: una prigione viscida, claustrofobica, pronta a restringersi ulteriormente come immagine dell’indifferenza di una Natura che delinea i suoi precisi limiti, più che per volontà mostruosa. È in questa lunga sezione del film che Duffield costruisce la sua sfida hitchcockiana dell’unicità del luogo, riempiendolo ovviamente di imprevisti, incidenti, minacce inattese e ostacoli che scena dopo scena corrono il rischio di risultare varianti sullo stesso tema. Eppure la costruzione è accorta, nella sua elementarità: i comparti interiori del capodoglio sono suddivisi da cromatismi che investono tutta l’inquadratura, avvertendo immediatamente quasi con una punta di didascalismo la differenza nel pericolo. Il sound design è un basso continuo che passa dal costante borborigmo alla lacerazione, generando un’inquietudine profonda che arricchirebbe maggiormente la tensione, se non fosse per un elemento.

La suspense, infatti, si basa su un principio teoretico essenziale ma assolutamente necessario, che riguarda l’empatia con il protagonista. Jay è un personaggio piuttosto debole per far trepidare il pubblico, è irrisolto, le sue mancanze e il suo desiderio, per quanto leciti, mancano di autentica profondità emotiva per attecchire nello spettatore: la sua è un’impresa lontana dal quotidiano, forse anche percepita come eccessiva per indurre alla piena partecipazione. I suoi primi piani appaiono costantemente sofferti, non c’è un’evoluzione espressiva in nessuna delle singole scene. Tutto diventa quindi lotta per la sopravvivenza animale, la tensione poggia unicamente sulla minaccia strutturale data dalla caduta nel corpo estraneo per poi ruotare solo intorno alla sorpresa, all’evento improvviso, alle dinamiche action e survival. Il pericolo è fisico, disgustoso, biologico, non investe mai la sfera passionale, pur sforzandosi di farlo. Per di più, come Joseph Campbell insegna, il ventre della balena è antica mitizzazione antropologica che segnala l’ingresso simbolico nell’ignoto e la separazione dal mondo conosciuto: la morte può essere solo metaforica e conduce a una rinascita certa.

Per cui l’eventuale patema per la sorte di Jay va rinvenuto in un altro ambito, quello del recupero del rapporto con l’ambivalenza educativa e affettiva del padre. Il film intesse un dialogo continuo tra il passato e un presente motivato e spiegato attraverso gli insegnamenti di un padre mai compreso del tutto. Il legame proposto dal montaggio è logico e consequenziale, ancora più pratico di qualunque manuale di sceneggiatura: semina nel flashback per raccogliere immediatamente dopo la soluzione, per una riconciliazione postuma tra padre e figlio che passa attraverso un’eredità survivalista, ancora prima che affettiva. Duffield si sforza di farne il cuore pulsante e la ragione di ogni misura del suo film, arrivando ad alludere anche, sempre grazie all’accostamento del montaggio, a un ordine universale che si rispecchia nelle varie creature esistenti, umane e animali, ma ciò che appare evidente è l’intenzione del disegno programmatico, non il coinvolgimento passionale che ne dovrebbe derivare.


