Nicola Prosatore: Je So’ Pazzo è la storia di un ragazzo che diventa Pino Daniele tramite la musica, l’arte, la poesia

L’idea di fondo era quella di mettere a fuoco l’uomo, senza trascurare l’artista. Non certo una modalità inedita quella scelta da Nicola Prosatore (finora autore perlopiù televisivo) per raccontare Pino Daniele in Je So’ Pazzo, eppure portata avanti con apprezzabile coerenza. Optando per uno svolgimento cronologico e riprendendo, con dichiarata libertà, alcune suggestioni da Pino Daniele. Tutto quello che mi ha dato emozione viene alla luce, biografia scritta da Alessandro, il primogenito del magnifico cantautore partenopeo. Il regista apre una finestra sulla Napoli del 1961 e porta la cinepresa ad altezza di bambino (Pino era nato nel 1955), pennellando con pochi efficaci tratti la figura paterna, decisiva – nel bene e nel male, ma forse più sul versante deteriore – nella formazione del ragazzo. Quindi ne segue il percorso dall’infanzia (in cui egli passa dal basso della famiglia alla dimora borghese in cui lavorava come domestica la madre, ospite delle “zie” che lo accudiscono amorevolmente, anche tentando invano di indirizzarlo alla sicurezza del “posto fisso”) fino al momento in cui, correva il 1981, Daniele radunò oltre duecentomila persone a piazza del Plebiscito, protagonista con una band d’eccezione (Tony Esposito, Tullio De Piscopo, James Senese, Rino Zurzolo, Joe Amoruso) di un concerto epocale, entrato nella storia stessa della città.

 

 
Dentro il film c’è tutto quello che era lecito aspettarsi da un ritratto accorato, restituito con una voglia di autenticità che talvolta eccede (all’ultima compagna di Pino non è piaciuta, tra le altre cose, la sciatteria attribuita all’artista da ragazzo, né il modo in cui è stato rappresentato il suo rapporto con il cibo) senza tuttavia mai debordare: la passione per la chitarra e la composizione, che lo aiuta ad esprimere (orgogliosamente in “lingua napoletana”) ciò che altrimenti non sarebbe riuscito a tirare fuori; le fragilità che si accentuano al cospetto di un genitore che non esce mai dalla zona d’ombra, disprezzando apertamente Pinotto (come lo chiamavano i congiunti), ma poi sfruttandone la fama per magheggi di basso calibro; l’incontro con i suoi musicisti d’elezione (James Senese in primis) e i difficili rapporti con i discografici; i primi effetti indesiderati della celebrità acquisita, che lo fanno fuggire da Napoli a Formia. E anche la complessa relazione con la prima moglie, Dorina Giangrande, donna passionale ma appartata, che schiva i riflettori e si vota al backstage perenne. È il cast il punto di forza principale del progetto: Massimiliano Caiazzo si cala nelle vibrazioni sonore di Pino Daniele, garantendo una sorprendente aderenza fisica (anche a prescindere dalla somiglianza) e spirituale al personaggio, mentre Giovanni Ludeno (di nuovo genitore, come già ne Il maestro) sfoggia un gran ventaglio di sfumature nei melliflui panni paterni e Mariasole Pollio incarna con la giusta intensità una non facile Dorina. Menzione speciale, inoltre, per le “zie” Monica Nappo e Antonia Truppo, compagna di Prosatore.

 

Massimiliano Caiazzo, Nicola Prosatore e Mariasole Pollio (fotografia di Daniele Marazzani)


 
Presentando al pubblico di Brescia il regista, Caiazzo e Pollio – in occasione del tour promozionale del biopic – abbiamo posto loro alcune domande, integrate da quelle di una platea sold out (risultato al quale ha senz’altro contribuito in primis Caiazzo, idolo di un pubblico non solo giovane grazie alla fama trasversale che ha guadagnato con Mare fuori). Prosatore, confortato anche dai buoni riscontri delle prime uscite, ha espresso soddisfazione per la conclusione del percorso e inquadrato il mood dell’opera: “Finalmente abbiamo lasciato andare questo bambino a cui abbiamo lavorato per circa due anni e mezzo, adesso deve camminare con le sue gambe. È la storia di un ragazzo che diventa Pino Daniele, cercando una propria strada…Lo fa tramite la musica, l’arte, la poesia; coltivando il suo amore per la musica con un esercizio costante, consapevole che non sarebbe bastato il solo talento, pur notevole”. Poi rivela il debito di riconoscenza nei confronti di Alessandro Daniele e di sua madre Dorina: “Sono stati fonti importantissime per ottenere, pezzo dopo pezzo, un quadro completo, aggiungendo anche punti di vista inediti sull’esistenza dell’artista”.

 

 
Massimiliano Caiazzo, attorno al quale (per ammissione di Prosatore medesimo) è nato l’intero progetto, ha invece svelato il suo approccio al personaggio: “Non volevamo fare un’imitazione di Pino, perché è un artista inimitabile. E nemmeno proporre un taglio documentaristico. Intendevamo soprattutto far emergere come nascesse la sua musica, che lo abitava in modo così speciale. Motivo per cui il cambiamento fisico a cui mi sono sottoposto per entrare nella parte è stato soltanto uno degli aspetti di un lavoro più ampio, che mi ha portato a studiate canto e chitarra per mesi, a entrare a fondo nel rapporto di Pino con la musica. Tanto che oggi, a lavoro concluso, sento che si è sviluppato un legame duraturo con lui: lo sento come una sorta di mentore, di guida”.
Mariasole Pollio ha parlato dapprima del suo ruolo, in cui ha mescolato dolcezza e spigolosità, recitando in punta di piedi: “Era il modo giusto per dare verità a certe emozioni”. Quindi ha spostato il focus sul musicista: “Mi hanno colpito le sue fratture e le sue fragilità, ma anche la profondità, già così evidente nei testi delle sue canzoni”. Ha chiuso l’incontro una risposta puntuale di Nicola Prosatore alla domanda circa un eventuale secondo capitolo, per coprire i trentaquattro anni di vita dell’artista che sono rimasti fuori dal film: “No, non ci sarà un sequel. Ma la storia di Pino Daniele andrà avanti per sempre”.