Qui c’è più ordine, rispetto agli altri film di Andrey Zvyagintsev. Minotaur (Grand Prix a Cannes 79) ha una consequenzialità “pulita” tra le azioni e le loro conseguenze che non c’era nelle altre parabole morali elaborate dal regista russo, in genere più magmatiche, spinte nelle zone d’ombra tra il passato, il presente e le conseguenze del destino. Qui, del resto, abbiamo a che fare con la guerra che, come noto, non fa prigionieri e soprattutto non ammette deroghe, non contempla diserzioni: Gleb, il protagonista di Minotaur, ha poco da recriminare, la sua posizione è netta, priva di scappatoie o di possibilità di scelta. È un uomo d’affari, ben piazzato in città, con le amicizie giuste e la famiglia (moglie e figlio) che vive in una grande e bella casa, ma siamo nel 2022 e la Russia putiniana ha appena avviato la sua “operazione speciale” contro l’Ucraina: in città i cartelloni reclutano uomini per il fronte promettendo un futuro radioso, ma negli uffici del sindaco Gleb e gli altri industriali cittadini sono chiamati a fare la loro parte, compilando liste di competenza con nomi e cognomi dei loro dipendenti da passare segretamente all’ufficio reclutamento.

I quattordici nominativi che Gleb deve fornire (come il tributo di guerra imposto da Minosse agli ateniesi) sono per lui motivo d’angoscia, un po’ perché conosce i suoi uomini e un po’ perché rischia di trovarsi sguarnito di personale: meglio assumere altrettanti disgraziati, promettendo loro un lavoro che in realtà non inizieranno mai. La cosa resta nell’ombra della sua coscienza come un fatto ineluttabile: a casa il figlio adolescente sta per compiere gli anni e la moglie Galina deve continuare la sua routine familiare tutt’altro che felice, anzi piuttosto annoiata. È proprio lei a rappresentare, del resto, l’altro fronte sul quale Gleb si gioca la coscienza: l’uomo infatti sospetta che sia una moglie infedele (come la Stéphane di Claude Chabrol, cui Zvyagintsev s’ispira per la seconda parte del suo film) e allora chiede al suo capo della sicurezza di fare discretamente le indagini. Che ovviamente danno il loro esito positivo: Galina trascorre tutte le mattine con un fotografo, col quale trova quella felicità che il marito non è in grado di darle. Il resto, chi ricorda Chabrol può immaginarlo, altrimenti basta dire che è questione di ovvia gestione delle cose, tra rabbia fredda ma inconsulta, pulizia morale e giudiziaria, rimozione della colpa nel segno della continuità…

Il fatto è che Zvyagintsev non guarda a Gleb come a un mostro: è più che altro vittima di sé stesso, del ruolo che ricopre, del suo modo di intendere la vita. Ha anche la sua brava coscienza che lavora in sottofondo: uno degli assunti in funzione sacrificale è giovane e vediamo che la cosa lo turba, peccato che poi non lo turbi affatto la soluzione – di comodo – che trova… Gleb (a interpretarlo con plastica impassibilità è Dmitriy Mazurov) è una pedina di se stesso, della sua posizione sulla scacchiera: per una pedina le mosse sono semplici, servono a far muovere i pezzi più grossi e hanno un che di sacrificale, cui non è nemmeno riconosciuto il diritto morale della scelta. Minotaur segue questa linea, sta in un determinismo impassibile che in opere come Il ritorno, Leviathan, Loveless lasciava il campo a una articolazione più complessa del gioco tra scelte e funzioni, azioni e reazioni. È come se Zvyagintsev qui volesse offrire il ritratto di un uomo condannato a essere se stesso, privo di alternative rispetto al Male che, nella sua quieta normalità, interpreta. Non c’è un passato da cui tornare come non c’è un futuro verso cui procedere, Minotaur sta in un presente che non lascia vie d’uscita. E per questo è anche più triste e a suo modo agghiacciante.


