

C’è un prima e un dopo Jenin, Jenin. Bakri è stato una delle figure più alte della cultura palestinese degli ultimi quarant’anni, corpo politico di immensa potenza, e corpo e volto capace di incidersi in maniera indelebile sia nei fotogrammi di un film sia sulle scene di un teatro (il suo cavallo di battaglia, rappresentato per anni, era Il pessottimista tratto dall’omonimo romanzo di Emil Habibi, politico e intellettuale comunista, anch’egli palestinese-israeliano, che costituì per Bakri un punto di riferimento assoluto per la sua formazione). Laureato in arte drammatica e letteratura araba, mosse i primi passi artistici a teatro sul finire degli anni Settanta, poi, dall’inizio del decennio successivo, al palcoscenico aggiunse i set cinematografici. Fu l’avvio di una meravigliosa filmografia internazionale continuata fino a poco prima della morte, quando recitò nel ruolo dell’anziano Sharif in Tutto quello che resta di te, saga di una famiglia palestinese dalla Nakba del 1948 agli anni Ottanta diretta da Cherien Dabis. A scoprirlo fu Costa-Gavras che gli dette il ruolo di un palestinese accusato di terrorismo difeso da un’avvocata ebrea (Jill Clayburgh) in Hanna K. (1983) facendolo esordire davanti alla macchina da presa. Da quel momento, Bakri non smetterà di esprimere la sua grandezza di attore in una settantina tra lungometraggi, cortometraggi, film per la televisione, serie televisive (tra cui nel 2020 sette episodi di Homeland). Alcuni dei massimi cineasti israeliani, palestinesi, occidentali lo dirigono in opere che hanno lasciato un segno nel cinema contemporaneo per tematiche e stili. Impossibile citarli tutti.

Tra i tanti non si possono dimenticare, prima del 2002, capolavori come Oltre le sbarre (1984) di Uri Barbash, presentato alla Settimana internazionale della critica di Venezia, che consacra il talento di Bakri in un film d’ambientazione carceraria di notevole tensione e fisicità; il dramma storico-biblico Esther (1986) di Amos Gitai; Tale of the Three Jewels (1995) di Michel Khleifi, dove interpreta il padre della giovane protagonista; Haifa (1996) di Rashid Masharawi, dove offre una delle sue interpretazioni più memorabili nei panni di un “matto del villaggio” che si aggira in un campo profughi con la sua saggezza che non conosce confini. Ma è giunto anche il momento per Bakri di passare dietro la macchina da presa, mostrando in ogni suo film una flagranza di sguardo infinita, e, nel giro di sette anni, dal 1998 al 2005, di realizzare quella che a ben vedere si può definire una trilogia intima sulla storia della Palestina (in seguito, Bakri incrementerà i suoi film da regista con Zahra, del 2009, titolo che segue la linea dei precedenti portando a protagonista la sua anziana zia e con lei una storia di famiglia e di un popolo a partire dal 1948, con l’episodio Eye Drops del film collettivo Water, del 2012, e con il corto Yarmouk, di due anni dopo, ambientato nell’omonimo campo profughi palestinese in Siria e che gli valse altre accuse). A precedere Jenin, Jenin c’è 1948 (1998), dedicato a Emil Habibi, un cantico che va alle radici, fin dal titolo, e ancora più indietro, alle spartizioni europee d’inizio Novecento, della terra di Palestina. A seguire Jenin, Jenin c’è Da quando te ne sei andato (2005, titolo italiano perché ebbe una minima circuitazione, conosciuto con un doppio titolo internazionale, Since You Left o Since You’ve Been Gone), in cui Bakri si reca sulla tomba di Habibi (scomparso nel 1996) e gli racconta quello che non ha potuto vedere, momenti privati della sua vita e ancora e sempre l’odissea legata al film bandito. Tre vette di cinema che si ri-chiamano, che sono interconnesse, da vedere, ri-vedere, diffondere (si trovano tutte su YouTube).

E poi c’è il dopo 2002 e una filmografia proseguita con tante altre opere imprescindibili. Si pensi a Private (2004), esordio di Saverio Costanzo, nel ruolo di un marito e padre palestinese la cui casa viene occupata da militari israeliani con la conseguenza di una costante tensione tra la famiglia e i soldati; a Laila’s Birthday (2008), ancora di Masharawi, dove, nel ritrarre un taxista che fa di tutto per arrivare in tempo a casa per il compleanno della figlia, dà un’altra prova immensa di recitazione; a Wajib (2017) di Annemarie Jacir in cui recita con il figlio Saleh, sono un padre e un figlio con vedute differenti sul vivere in Palestina da parte di chi non si è mai allontanato o di chi vi torna vivendo all’estero; al corto Leni Africo (2024) di Marouene Labib che lo vede indossare le vesti di un prete straniero in cerca di un gruppo di migranti nel deserto libico.
Nell’ultima scena di Da quando te ne sei andato Bakri pulisce la tomba di Emil Habibi, vi versa dell’acqua, accarezza la lapide in un tenero gesto di saluto, si allontana, esce di campo. In precedenza, la sua voce off aveva detto: “Quanto mi manchi, tu non ci sei più”. Ora quella frase rivolta dal regista a Habibi vale anche per Bakri. Ma il suo cinema continua grazie ai suoi figli Saleh, Ziad, Adam, anche loro attori e con una somiglianza incredibile con il padre.
Intervista a Mohammad Bakri su “Jenin, Jenin”
(dal canale YouTube di Y+, piattaforma di storytelling digitale dedicata alla cultura palestinese)


