Sonia Bergamasco: L’uomo seme, tra fragilità e desiderio

Non ha bisogno di introduzioni Sonia Bergamasco, attrice versatile che alterna con successo cinema (è attualmente in sala con Come un gatto in tangenziale di Riccardo Milani, ma ancora abbiamo impressa la sua performance in Riccardo va all’inferno di Roberta Torre nei panni di un’inquietante Regina Madre), televisione (dal 2016 è Livia Burlando, fidanzata de Il commissario Montalbano) e teatro. Un’attrice che si prende dei rischi «non perché sono una kamikaze, ma perché penso sia importante affrontare le cose, quando ci si crede», ci ha detto. A teatro, da una decina d’anni a questa parte, è anche regista (dal 2009 ha diretto e interpretato: Esse di Salomé di Mallarmé, Il trentesimo anno di Ingeborg Bachmann, Il ballo di Irène Némirovsky, Louise e Renée di Balzac). Un percorso estremamente interessante il suo, di cui si percepisce un’urgenza, che ora aggiunge un nuovo tassello. L’abbiamo incontrata in occasione della presentazione milanese del nuovo lavoro da lei ideato, diretto, interpretato e prodotto (con il Teatro Franco Parenti). Si tratta di L’uomo seme, dal racconto omonimo – e apparentemente autobiografico – di Violette Ailhaud (in Francia al centro di una querelle che punta a stabilirne la vera origine). Siamo nel 1852 e, dopo la repressione seguita alle sommosse popolari per il colpo di stato di Luigi Napoleone Bonaparte, in un piccolo paesino provenzale non ci sono più uomini, «falciati come si falcia il grano». Per far sì che la vita continui le donne si alleano e promettono di condividere il primo uomo che si presenti. Un racconto tutto al femminile, narrato in una lingua libera, dura, che non ricorre ai giri di parole come restituisce la bellissima traduzione di Monica Capuani. In scena con la Bergamasco ci sono, al loro debutto come attrici, le musiciste di Faraualla (Loredana Savino, Gabriella e Maristella Schiavone, Teresa Vallarella), il percussionista Rodolfo Rossi (che cura anche la drammaturgia musicale), mentre l’albero-casa al centro del palco, così come i costumi sono di Barbara Petrecca, le luci di Cesare Accetta e i movimenti scenici di Elisa Barucchieri.

Il racconto della Ailhaud è un vero e proprio caso letterario. Scritto nel 1919, è stato pubblicato solo nel 2006…

È un mistero. Ma a me se sia o non sia un memoriale non importa proprio. Appena l’ho letto ho sentito la necessità di raccontarlo di nuovo e la forma che prediligo, e che ho pensato più attuale per poterlo tradurre nuovamente per l’altro e per me stessa, è il teatro perché forse mi è più vicino. In Francia ne è stato fatto un film (Le semeur di Marine Francen, ndr) oltre a mille edizioni teatrali, mentre in Italia ci sono state delle letture, ma credo che questa sia la prima forma scenica compiuta.

 

Che cosa ti ha attratto del testo?

Quando scelgo un testo mi interessa sempre molto la lingua in cui il racconto si esprime, la forma che prende attraverso la scultura del racconto, attraverso le parole, la formazione delle frasi, dei pensieri e ho trovato in L’uomo seme – un libro minuto che si legge in venti minuti – una lingua nuda, scabra, fortissima, concreta, che aderisce espressivamente a quello di cui parla, una lingua di terra, di cose di natura. Quando parla del lavoro, parla del sudore, e lo si sente proprio e in questa semplicità riesce a insinuare, tra le pieghe e le sfumature, sentimenti femminili profondi: si parla di desiderio femminile, di desiderio fisico, di fragilità, gelosia e però anche di condivisione, di comunità. È complesso, una cattedrale che trova forma in una capanna da un punto di vista oggettivo, però si allarga, prende aria e respiro; per questo, quando l’ho letto, ho sentito subito il desiderio di rappresentarlo. Tra l’altro questo libricino è stato scoperto da Monica Capuani, che ne è anche la traduttrice, e pubblicato da una piccola casa editrice: sono molto grata a Andrea Bergamini, meraviglioso editore, e alle edizioni Playground perché mi hanno tenuto da parte i diritti per poter fare lo spettacolo.

La musica è molto presente nel testo che parla di «corpi vuoti che si sono messi a risuonare», di «forconi e rastrelli [che] danzano una giga»… Per questo dividi la scena con le Faraualla?

Da subito ho pensato a queste quattro meravigliose donne cantanti di cui sono amica e che seguo da anni con ammirazione perché hanno un percorso musicale strepitoso che va dal pop al folk, attraverso una ricerca costante per attingere a nuovi canti da tutta Europa, da tutto il mondo, per farli propri, perché loro sono anche autrici e sono musiciste complete con una formazione classica. Quando ho letto il libro ho pensato che la lingua di questa comunità femminile passava anche per il canto come forma di aggregazione, di lavoro, di preghiera, di consolazione per tenersi insieme. Una forma molto primitiva se vuoi, molto concreta perché il canto non nasce come forma poetica. Per le Faraualla è il debutto come attrici perché non sono musiciste prestate che accompagnano la scena, ma sono in scena come attrici-cantanti. Mi preme chiarire che lo spettacolo è un racconto in musica, non con musica, perché abbiamo trovato insieme – drammaturgia musicale e drammaturgia di racconto – il modo di intrecciare queste due lingue affinché fossero una. L’unica figura maschile è lui, l’uomo seme, anche lui musicista, che non è tenuto a parlare perché l’uomo seme tace e agisce, ed è Rodolfo Rossi, un percussionista con cui lavoro da anni e interpreta un maniscalco che batte e percuote, ma non con un set di percussioni, bensì agisce su quello che c’è in scena, nei momenti deputati.

 

Nelle note di regia citi Svetlana Aleksievic e il suo La guerra non ha un volto di donna. L’epopea delle donne sovietiche nella seconda guerra mondiale, in particolare la riflessione sul fatto che «Siamo tutti prigionieri di una rappresentazione “maschile” della guerra»…

La Aleksievic affronta questo tema grande da un punto di vista in cui il femminile sarebbe protagonista perché le donne russe la guerra l’hanno fatta a tutti i livelli e lei lo racconta casa per casa, dando voce a tutte le donne che hanno combattutto dietro, davanti, attorno e sono state dimenticate, non sono state raccontate. E quindi narra di questo disinganno, di questa disillusione e, però, lo fa anche con profondo amore, non è contro il maschile, la sua è una ricerca e questo mi ha molto colpito. In particolare, racconta che nei villaggi dove erano solo donne, perché tutti gli uomini erano morti, la lingua comune era quella del canto, per pregare e per piangere. L’ho scoperto in un secondo tempo e mi ha molto confortato nella mia scelta per lo spettacolo. Allo stesso modo L’uomo seme è un racconto in cui la rabbia e l’odio è per il potere, non per il maschile. Che poi questo potere si incarni nel maschile, nell’imperatore Luigi Bonaparte, nello stupratore, è un fatto secolare di un potere che si è incarnato nel pensiero maschile, però è il potere a essere identificato e raccontato come il nemico. Verso il maschile c’è, invece, un desiderio di ritrovarsi attraverso la riunione, l’unione, un pensiero di comunità e quindi c’è un pensiero amoroso. E poi si parla di persone, non si parla solo di maschile e femminile.

Da regista sembri prediligere testi legati alla crisi di identità nel momento in cui ci si affaccia al mondo, dei racconti di formazione sempre tormentati…

Sì, sono percorsi di formazione, ma sicuramente un tema in cui sento di potermi immergere è quello della fragilità umana, la fragilità vissuta coraggiosamente, attraversata. Sento di avere la necessità di raccontare molto la fragilità e il desiderio. Da una parte quindi il sentirsi sempre a un passo dall’essere spezzati, cadere, perdere pezzi, dall’altro, invece, un desiderio che tende, come due forze opposte che lavorano e che comunque ti portano avanti. Slancio e abbandono, ha a che vedere anche con un ciclo naturale e con un gesto musicale. Io lo sento molto, sono estremamente ciclotimica, anche se a prima vista non si percepisce, però è qualcosa con cui combatto.

 

Foto di Luca Del Pia

 

Milano                     Triennale – Teatro dell’Arte             16-21 gennaio

Scandiano (RE)     Teatro Boiardo                                   23 gennaio

Verona                       Teatro Camploy                                 25 gennaio

Lucera (FG)              Teatro Garibaldi                                27 gennaio