Il regista spagnolo più famoso del mondo sorride. Il suo Madres paralelas inizia con una battuta di Janis/Penélope Cruz: «Mi sorridi con gli occhi». È esattamente quello che fa lui, sotto la mascherina. Il regista ha aperto la Mostra del cinema con Madres paralelas, la settima volta con Penélope Cruz, si tratta del suo film più politico: «Queste donne sono differenti da tutte quelle che ho raccontato finora». Penélope Cruz è Janis. Ogni riferimento a Janis Joplin non è puramente casuale. Nel film, racconta che la madre ha voluto chiamarla come la cantante. La madre che, come Joplin, è morta giovane. Di overdose, come la Joplin. Almodóvar adora la grinta, la voce, il cuore della cantante, è cresciuto con la sua musica. Janis è una fotografa di moda. Resta incinta. Partorisce. In ospedale incontra Ana, madre single anche lei. Non si lasceranno più… Ma Madres paralelas è anche altro. Oltre ai ritratti femminili, c’è il messaggio politico. Mai così esplicito. Janis incontra un antropologo a cui chiede di aiutarla a riesumare i resti dei suoi parenti scomparsi nel nulla della Guerra civile spagnola.

 

 

 

Due donne single
Due donne si ritrovano a condividere la stanza di ospedale nella quale stanno per partorire, due donne single totalmente diverse per carattere, ma entrambe in una gravidanza non attesa. Janis non ha rimpianti e nessuna paura, mentre Ana è più che spaventata. Quello che succede tra queste due donne in un breve arco di tempo è davvero straordinario, è pieno di pathos. A questo si aggiunga il fatto che Janis aspetta un figlio da un rapporto occasionale con un antropologo forense (Israel Elejalde) a cui la donna a un certo punto fa un appello: quello di recuperare i corpi dei bisnonni, vittime dei falangisti. La memoria storica spagnola rispetto ai desaperecidos è ancora in sospeso nella società spagnola che è molto in debito rispetto a queste vittime.

 

Le madri imperfette
Questo è un film sulle madri imperfette di oggi. Ho fatto tanti altri film su donne e madri che in apparenza sembrano uguali. Ma queste sono completamente diverse. Perché sono differenti le donne a cui mi sono ispirato. In passato, quando mi mettevo a scrivere un ritratto femminile, fino a Dolor y gloria, ripensavo a mia madre. Mia nonna. Le vicine di casa a cui mi affidavano quando non c’erano e che vedevo e sentivo tutti i giorni. Quelle che mi hanno educato. Donne e madri onnipotenti. Sicure. Janis e Ana di Madres paralelas non sono così. Sono donne moderne. Più fragili e quindi più complesse, ma anche più interessanti di tutte le precedenti. In fondo a ispirarmi sono state le loro stesse interpreti, Penélope e Milena Smit. Penso davvero che questo sia il personaggio più difficile che Penélope abbia mai interpretato. Perché è davvero il suo specchio generazionale. Ma tutte le madri del film sono alle prese con la loro maternità. Ci sono anche madri che non volevano esserlo, come quella di Ana. Donne che hanno scelto il lavoro come loro prima motivazione.

 

 

La Guerra civile
La Guerra civile è il nostro fantasma collettivo. Il nostro “peccato” mai superato. Il nostro senso di colpa nazionale. Se penso che il nostro poeta più famoso, García Lorca, ucciso dai franchisti, non sappiamo dove sia sepolto… Mi ha colpito che nel 2014 sono stati i nipoti e i pronipoti di quei combattenti sconfitti negli anni Trenta a chiedere di riesumare i corpi dei loro antenati. Che erano scomparsi nel nulla della Storia. Avremmo dovuto farlo subito, negli anni Settanta, quando in Spagna tornò la democrazia. Ma invece i governi che si sono succeduti se ne sono occupati pochissimo. Con alcune leggi molto vaghe. Alcune denunce in parlamento. E basta. Quando ho saputo che un capo del governo aveva destinato zero euro alla ricerca della memoria storica del Paese, sono inorridito. E ho deciso di parlarne e denunciarlo nel film. Era una vergogna, ma sapevo che col cinema potevo denunciare la cosa. Del resto anche a casa mia non parlavamo mai della Guerra civile. Era un fantasma. Un trauma che anche solo ricordarlo ci faceva stare male.

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