Southern trees bear a strange fruit

Blood on the leaves and blood at the root

Black bodies swingin’ in the Southern breeze

Strange suit hangin’ from the poplar trees

Billie Holiday, Strange Fruit

 

Lee Daniels prosegue la sua personale e rigorosa lettura della storia americana, aggiungendo un nuovo tassello alla questione razziale. Dopo la vicenda di Eugene Allen, maggiordomo alla Casa Bianca per oltre trent’anni, narrata in The Butler (2013) e dopo la storia di Precious Jones, la sedicenne obesa e abusata di Precious (2009) – ma ci sono stati anche Shabowboxer (2005) e The Paperboy (2010), per non parlare dei suoi lavori in qualità di produttore – porta sullo schermo l’accanimento giudiziario e mediatico a cui fu sottoposta Billie Holiday negli ultimi anni della sua vita. A ben vedere è la storia di un’ossessione: quella di Harry J. Anslinger, agente dell’FBI a capo della sezione narcotici, per la cantante jazz. Dopo essere stato a capo del Bureau of Prohibition negli anni 30 e aver fallito nella battaglia contro gli alcolici, l’uomo dichiara guerra alla droga e infierisce sulla cantante dipendente da eroina cercando di incastrarla nei modi più subdoli. Una vera e propria “caccia alla strega” dovuta al successo della canzone Strange Fruit bollata come “anti-americana” da J. Edgar Hoover che Lady Day, soprannome datole dall’amico musicista Lester Young, incise nel 1939. All’epoca la Holiday, nata nel 1915, era conosciuta soprattutto per le collaborazioni con Duke Ellington, Teddy Wilson e Count Basie e proprio grazie a questo disco acquistò grande notorietà. Il testo della canzone, duro atto d’accusa contro gli episodi di linciaggio contro i neri americani per cui non erano previste condanne, è tratto dalla poesia Bitter Fruit scritta due anni prima dall’attivista Abel Meeropol. Il film di Daniels si apre proprio sulla didascalia che informa come nel 1937 un decreto per evitare il linciaggio degli afro-americani viene esaminato dal Senato, ma non è approvato (e non sono stati fatti passi in avanti come ci rivela la didascalia finale: la legge anti-linciaggio Emmett Till è stata presa in considerazione dal Senato nel febbraio 2020 ed è ancora in attesa di essere approvata). 

 

 

Scritto da Suzan-Lori Parks – prima donna afroamericana a vincere il Premio Pulitzer nel 2002 per il miglior dramma con Topdog/Underdog – a partire dal libro Chasing the Scream: The First and Last Days of the War on Drugs di Johann Hari che dedica un intero capitolo alla battaglia contro la cantante jazz, Gli Stati Uniti contro Billie Holiday non è un biopic in senso stretto come era stato La signora del Blues (Lady Sings the Blues, 1972, di Sidney J. Furie con Diana Ross), ma getta una luce sulle relazioni tossiche con i vari compagni e sullo sfruttamento che questi mettevano in atto nei suoi confronti. Daniels si focalizza sugli ultimi dieci anni della vita di Billie Holiday (una perfetta Andra Day, al debutto sul grande schermo e già premiata dal Golden Globe per la sua interpretazione), partendo dall’intervista radiofonica concessa nel 1957 a Reginald Lord Divine (personaggio di finzione che è la fusione dello scrittore Quentin Crisp e dell’attore e conduttore di talk show Skip E. Lowe) in cui si parla del brano incriminato: «Sei determinata a continuare a cantarlo?», chiede l’intervistatore; «Si tratta di diritti umani», risponde lei. Da qui si apre un lungo flashback che ci riporta indietro di dieci anni quando Lady Day, sposata con il padre padrone Jimmy Monroe che decideva tutto per lei, si esibisce al Café Society di New York circondata da numerosi personaggi realmente esistiti: l’attivista Lena Horne, l’attrice Tallulah Bankhead (che ebbe una relazione con la cantante), il manager Joe Glaser e Orson Welles che chiede di incontrarla (i due ebbero effettivamente una liaison agli inizi degli anni 40). In questa occasione avviene anche il primo incontro con Jimmy Fletcher (Trevante Rhodes), che si presenta vestito da soldato ed è stato forse l’unico uomo ad averla amata e rispettata, ma che – come agente sotto copertura – fu anche responsabile dell’arresto che le costò un anno e un giorno di carcere in West Virginia.

 

 

Si seguono poi le vicende di Billie, l’avvicendamento dei mariti/protettori, la sua dipendenza, i problemi causati dalla canzone che di fatto non poteva cantare davanti a un pubblico costituito da «fans and feds» con quest’ultimi pronti a intervenire per portarla via di peso dal palco appena echeggiavano le prime note, l’idillio durato il tempo di un tour con Jimmy per ritornare al punto di partenza. Billie morirà per cirrosi epatica, nel 1959, due anni dopo l’intervista con i piedi ammanettati al letto per evitare fughe alla presenza di Anslinger e dei suoi uomini che ancora cercavano di farle confessare chi le vendeva la droga. E il vero Aslinger, ci mostrano le immagini d’archivio, di lì a qualche tempo verrà premiato da JF Kennedy per i suoi servizi. Daniels sceglie una narrazione classica inframmezzata, soprattutto per gli esterni, da riprese in bianco e nero che hanno il sapore di veri archivi. Per rievocare il passato di abusi infantili (Billie venne violentata a 10 anni) ricorre a una scena onirica, una sorta di trip lisergico, in cui una Billie bambina prende per mano Jimmy che assiste al momento in cui la madre le comunica di averla ceduta a una tenutaria di bordello perché anche lei inizi a prostituirsi. Sui titoli di coda, altro momento onirico, con il valzer tra Billie e Jimmy in cui gli attori fanno capolino dietro i personaggi per scherzare sul vestito di Prada (la Maison ha effettivamente realizzato 9 costumi di scena rendendo omaggio agli anni 40 e 50) indossato da Andra/Billie. La cantante che era solita esibirsi con una gardenia tra i capelli è ricordata per gli eccessi legati a droga e alcol. Doveroso era quindi approfondire una storia poco nota e dare il giusto valore a una paladina ante litteram dei diritti civili.

 

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