Il primo segnale è nella locandina: quella sagoma del “Diavolo Rosso” che si trasfigura in una macchia di Rorschach è un’autentica dichiarazione d’intenti rispetto al doppio registro di Profondo, di Giuliano Giacomelli, da qualche giorno visibile su Prime Video grazie alla distribuzione di Minerva Pictures e Multivision. Un film che vuole essere tanto un monster movie marino, quanto un dramma psicologico, dove la caccia alla creatura diventa per il protagonista Lorenzo un’indagine su di sé, sul percorso fatto e sulle ultime aspettative di una vita che gli sfugge. La storia è tutta costruita attorno a lui, fotografo cinquantenne per una rivista sull’ambiente, impegnato nella ricerca ossessiva di quella bestia che negli anni ha assunto la caratura di leggenda nelle acque al largo di Fano, nell’Adriatico, e che, se finalmente immortalata con uno scatto, potrebbe consentirgli lo scoop per chiudere la carriera in bellezza. Anche solo a raccontarla così, le ispirazioni da tante opere che hanno fatto del confronto uomo/natura e uomo/uomo il proprio fulcro sono palesi, ma anche un po’ fuorvianti dato il peso che il confronto rischia di gettare addosso all’opera. In effetti, ciò che affascina del progetto è innanzitutto l’improbabilità della sfida: quella di un solo uomo impegnato nella caccia al mostro marino, che dietro le quinte immaginiamo “doppiata” dallo stesso Giacomelli. Un giovane cineasta che decide di realizzare in maniera indipendente un film di sicuro tecnicamente complesso viste le riprese in mare, le inquadrature subacquee, la presenza (discreta ma puntuale) degli effetti speciali. E che pure non offre elementi strettamente commerciali, giocato com’è sulle attese e quasi interamente sorretto da un solo attore, Marco Marchese, volto “giusto” e non “da cartellone”.

 

 

Una scelta che se da un lato è in linea con alcuni passi già mossi dal regista in passato (le collaborazioni con Lorenzo Bianchini, la co-regia dell’horror indipendente La progenie del Diavolo), dall’altro colpisce visto che, al contempo, lui stesso aveva dimostrato di volersi confrontare pure con dinamiche più schiettamente popolari – si veda l’episodio Selene del film collettivo Amores che giocava con i registri della più classica commedia. Di sicuro, la sfida tecnica può dirsi vinta nella misura in cui Profondo amministra bene le risorse a disposizione, evitando quell’esibita artigianalità che spesso è la caratteristica tipica e l’elemento più riconoscibile degli “indie” all’italiana. E, anzi, riesce a creare dei momenti molto suggestivi, grazie a un uso funzionale e a tratti poetico delle luci (di Marina Kissopoulos) e del suono. Giocando anche con le aspettative, come con quel prologo con i pescatori intervistati, quasi un possibile rimando a logiche da mockumentary e che invece poi lascia spazio a un dramma giocato spesso sui silenzi e su una linearità stringata che, partendo da una sola idea, non prevede particolari detour dalla traccia portante.

 

 

Proprio qui si evidenzia però anche il limite di un’opera che, concentrando particolarmente le sue energie nel concept complessivo e nella sfida tecnica e produttiva, soffre un po’ nell’andamento a tratti più faticoso della narrazione, lasciandosi dietro qualche didascalismo di troppo (i dialoghi sull’essenza del racconto) e sottraendo così tempo alla costruzione di un crescendo finale più articolato. In ogni caso, se il risultato finale sembra promettere più di quanto realmente poi sia in grado di offrire, resta comunque un tipo di progetto che vorremmo vedere più spesso nel panorama spesso monocorde delle proposte italiane. Restano perciò impressi alcuni momenti particolarmente incisivi, spesso della durata di un singolo e fugace passaggio: lo sguardo credibilmente sofferente del protagonista, la schiena del mostro che fa capolino sul pelo dell’acqua, la felice difformità di accenti e inflessioni dei vari personaggi che creano una piccola comunità-mondo, fino agli interventi della piccola rivelazione Millie Fortunato Asquini.

 

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