Cannes79 – L’objet du délit di Agnès Jaoui: Le nozze di Figaro e il #MeToo

Non più andrai, farfallone amoroso / notte e giorno d’intorno girando
Delle belle turbando il riposo / Narcisetto, adoncino d’amor

Le nozze di Figaro

 

 
Il direttore d’orchestra Igor (Daniel Auteil) sta facendo provini ad alcuni cantanti per una nuova produzione di Le nozze di Figaro. La regia è affidata a Mirabelle (Claire Chust), giovane promessa social della moda, molto timida nell’intervenire nelle scelte ma anche molto determinata a mettere in scena una versione che esalti il coté “femminista” dell’opera di Beaumarchais. Igor ha già individuato con entusiasmo Cora (Eye Haïdara), afrodiscendente e donna, nel ruolo di Cherubino, per l’innegabile qualità della sua voce. Al contrario, in quanto figlia di uno dei più generosi finanziatori dell’operazione, il ruolo di Susanna (Thiphaine Daviot), è accordato d’ufficio alla poco dotata Sophie. Nel ruolo della Contessa di Almaviva è Hannah (Agnès Jaoui), mentre in quello del Conte è atteso l’apprezzato baritono italiano Piazzoni (Vincenzo Amato, straordinario). Molti anni prima, quando tra loro c’era anche una relazione, Hannah e Igor hanno già messo in scena insieme una versione dell’opera. Ecco perché Igor la richiama con fiducia, e sulla base di quella intimità le confessa ciò che lo inquieta: un’attrice famosa sta per annunciare una lista di dieci uomini che nell’arco della sua carriera l’hanno molestata. Non si capisce se perché l’accusa sia motivata o se per paura del linciaggio che comunque ne seguirebbe, ma Igor è terrorizzato di figurare nella “lista”. Ma non è tutto: quando, durante le prove, Piazzoni in maniera plateale eccede in toccamenti impropri su Sophie, il gruppo di lavoro, stimolato da Cora, vota per denunciarlo per molestie sul luogo di lavoro. La reazione non è affatto unanime, vista la varietà di generazioni ed esperienze nella troupe. Ma soprattutto, la sua cacciata metterà a rischio la prima rappresentazione?

 

 

A otto anni dal suo ultimo film da regista, Place publique (inedito in Italia), Agnès Jaoui torna dietro la macchina da presa senza Jean-Pierre Bacri, l’attore, sceneggiatore e compagno di vita e di scena, scomparso nel 2021. Nel Fuori Concorso di Cannes 79 L’objet du délit passa con meditata leggerezza poco prima della chiusura (condotta, come l’apertura, da Eye Haïdara). Dice Jaoui: “Abbiamo solo una certezza: la società e i rapporti di genere faticano ad evolversi: da qui la mia necessità di mettere in dialogo generazioni ed epoche”. È molto pragmatico il suo approccio, veicolato come sempre da dialoghi estremamente svelti e fluidi (qui, per la prima volta, insieme a Emmanuel Salinger, Noé Debré, Florence Seyvos e al fratello Laurent Jaoui). Nel mettere in scena una trama giocosa, semina domande e le lancia in platea, senza avere risposte preconcette. Accosta una produzione moderna a un testo classico che considera una “straordinaria testimonianza sulla società dell’epoca”. Si chiede se la storia del femminismo non sia forse fatta di passi avanti e improvvisi contraccolpi. O cosa funzioni di più per progredire nella parità: l’approccio “pedagogico” di Hannah, che con molta fiducia rivela a Igor il vero motivo per cui l’ha lasciato (attenzione alle versioni discordanti tra i due), o quello “intransigente” di Cora, che toglie la parola all’ostracizzato Piazzoni? In che termini, in questi secoli, si può misurare un vero progresso? 

 

 

Con invenzioni di sceneggiatura, veicolate per lo più, molto operisticamente, dalle figure dei due assistenti, Samir (Oussama Kheddam) e Clothilde (Lucie Gallo), Jaoui dissemina il film di dettagli che col sorriso mettono a nudo i paradossi e alcune intransigenze dell’epoca del MeToo (come la ripetizione comica di un concetto serissimo come il safe space) e con eleganza sferza alcune viete, intollerabili abitudini delle vecchie generazioni: non solo quelle – fuori campo – legate al il senso di colpa di Igor, ma anche il baritono vanesio che, quando sotto accusa, alza le mani e non per resa, o il produttore che pretende subdolamente di avere assegnata la camera da letto attigua a quella della regista che sostiene economicamente. Assumendo un punto di vista che sarebbe semplicistico definire cerchiobottista, Jaoui non accetta parimenti né l’abuso, che lei stessa ha denunciato in altre sedi, né il linciaggio. In una torsione semantica, l’oggetto del desiderio diventa quello del delitto – una testimonianza, una foto del “crimine”, una dichiarazione spontanea, anche a distanza di anni – non tanto per attenuare la natura accusatoria e rivendicativa del #MeToo ma piuttosto per riportare il binario del confronto tra sessi ad un piacere ormai frustrato o dipendente dal Capitale, quando non dall’angoscia di avere forzato il consenso e dall’eterno terrore femminile di essere aggredite.

 

 

Curiose le lontane (?) assonanze con El ser querido di Rodrigo Sorogoyen, nel Concorso, dove il concetto di “spazio sicuro” sul set viene articolato con approccio totalmente  differente. Nell’appropriata ambientazione al castello di Lacoste, diabolicamente storica dimora del marchese de Sade e già sede di un festival operistico, la più semplice e geniale tra le invenzioni di Jaoui è di apparato teatrale: una serie di falli enormi in scena, al posto del colonnato classico, prima troppo pesanti e poi troppo leggeri, identificano la persistenza del patriarcato (il maschilismo opprimente del passato che non passa ma al tempo stesso anche una terrorizzata maschilità). Nessuno degli attori ignora che sia sempre stati lì, tutti fanno finta che non esista. Una trovata scenica che, a proposito di vecchia e nuova “scuola”, ricorda il primo Woody Allen e fa da contrappeso a quel Perdono finale, non consolatorio ma dialogico, del Conte. Pas mal. Da ieri nei cinema francesi.