Non è sfogliare l’album di famiglia della sinistra americana, non è neppure una rievocazione, a cinquant’anni e passa da quei fatti, per rileggere gli eroismi di quella storia. Il processo ai Chicago 7  (Netflix) di Aaron Sorkin, già sceneggiatore di Bulworth e The social network, per rimanere in tema, e passato alla regia con Molly’s game, è, per stessa ammissione del suo regista, un film sui tempi che stiamo vivendo. Le sue dichiarazioni all’Hollywood Reporter non lasciano dubbi: “Non ho mai voluto che il film fosse sul 1968, che fosse un esercizio di nostalgia o una lezione di storia. L’ho sempre inteso come un film sul presente. Quello che non sapevo è quanto il presente sarebbe stato come il 1968″.  Dunque chi vede il film e ne attualizza i temi, le conclusioni e soprattutto le premesse, non sbaglia direzione se, riportando la vicenda di cronaca e poi processuale dentro un alveo più complesso che riguarda la lettura della recente evoluzione, o se si preferisce mutazione, della riconoscibilità delle strutture fondanti della democrazia degli USA, trae le proprie conclusioni su quel generale arretramento, che nel giro di un quadriennio scarso è avvenuto dentro le maglie di un sistema che a differenza di altri dovrebbe garantire una certa solidità e ripartire da premesse consolidate e pertanto non più discutibili.

 

 

Durante lo svolgersi della Convention Democratica a Chicago nel 1968, che avrebbe visto l’investitura di Hubert Humphrey quale sfidante del candidato Repubblicano Nixon dopo la fine del quadriennio presidenziale di Lindon Johnson, gli attivisti pacifisti, di varia estrazione politica e culturale sebbene tutti riconducibili alla sinistra, che contestavano soprattutto l’intervento americano nel Vietnam, chiedevano di manifestare in prossimità dell’hotel dove si sarebbe svolta la Convention. Il diniego delle autorità e la caparbia volontà di manifestare causò tafferugli e feriti. I sette attivisti vennero incriminati per avere alimentato e causato i disordini e a loro si aggiunse Bobby Seale, leader del movimento Black Panters, che non aveva partecipato alla manifestazione, ma era anche accusato per l’omicidio di un polizotto nel Connecticut. Il processo vide sfilare vari testimoni tra i quali poliziotti infiltrati. Fu condotto dal giudice Julius Hoffman che lo diresse senza alcuna equanimità e alcun senso che fosse paragonabile ad un giusto processo. A difendere i sette attivisti anche William Kunstler paladino e intellettuale di sinistra oltre che avvocato. La formula di Sorkin è quella di combinare con efficacia e notevole forza d’impatto la grande tradizione del legal movie con le sue dinamiche perfino teatrali della contrapposizione netta tra accusa e difesa, nelle relazioni che nascono dalla ulteriore triangolazione tra accusa difesa e giudice e in quella ancora più complessa alla quale si aggiunge la giuria popolare. Il processo americano è di per sé una sceneggiatura già scritta e anche in questo caso in cui il tema del processo alle idee diventa il baricentro del dibattito, la discussione diventa più accesa proprio perché l’argomento tocca i nervi scoperti di un sistema che si autoproteggeva e si autoassolveva. Un consolidato sistema nel quale però si aprivano falle, crepe e tentennamenti, come quelli che fanno vacillare l’obbediente, ma poco convinto vice procuratore Schultz costretto a sostenere un’accusa che professionalmente difende, ma alla quale non crede fino in fondo.

 

 

Il processo ai Chicago 7 diventa quindi un prologo di quel ’68 in arrivo nelle università americane e un altro tassello di quella disseminata storia di piccoli e grandi eventi che hanno fatto – ce ne rendiamo conto solo oggi dopo 50 anni – la storia almeno di quell’occidente democratico e (sulla carta) inclusivo. Sullo sfondo la tragedia americana di quegli anni, oggi completamente rimossa, ma ancora viva come incubo ricorrente anche di un cinema attento nel cogliere le relazioni temporali, i cicli storici e i primi, ma sensibili bagliori di una deriva reazionaria della secolare democrazia americana. Nel ritmo incalzante che Sorkin imprime al suo film, quasi tutto dentro l’aula giudiziaria o dominato dall’oscurità dell’Ufficio cospirazione, come si chiamava la sede operativa degli imputati durante il processo, con prove d’attori davvero ragguardevoli – sui quali sarà necessario tornare – vi sono qua e là delle notazioni che vanno sottolineate per il valore simbolico che acquistano nell’economia del racconto. Non vi è nulla di più efficace della lettura dei nomi dei soldati caduti nel conflitto vietnamita, questione nodale per quel periodo e per quelli a venire e per questo alla radice di uno scontro insanabile tra guerrafondai e movimento di contestazione. È quella lettura decisa e imperterrita, che diventa inoppugnabile atto d’accusa, scardinando le coscienze e mettendo con le spalle al muro anche i più ostinati. La standing ovation che segue, con la quale si tributa il dovuto onore a chi è morto in guerra, ne sugella l’effetto. Un contrario atteggiamento obbliga invece a restare seduti nonostante il rispetto istituzionale che suggerirebbe il contrario, davanti alla Corte che lascia l’aula quando la mancanza di equanimità incide alle fondamenta i diritti degli imputati, minando alle radici i principi di libertà di manifestazione del pensiero, di libertà di opinione di una intera comunità. In questa opposizione netta tra lo stare in piedi e lo stare seduti, si legge la partecipazione e la non partecipazione, si legge la differenza tra chi idealmente si unisce sotto una bandiera e a chi se ne distacca per disinteresse. È quello che accade con l’eterno: imputato si alzi! Che diventa sottomissione ad un ordine e non convinta partecipazione.

 

 

Si tratta di atti simbolici che restano come una sorta di seme precipitato che è arrivato fino ai nostri giorni e poiché nulla è nuovo sotto il cielo se non il nome, oggi lo chiamiamo flash mob. In questi atti simbolici si legge il tema della partecipazione, quella stessa che dall’ora d’aria di De Andrè ci porta dritto dritto a quella ulteriore e convinta che in quegli anni si è saputa manifestare. Il film di Sorkin sa rendere la straordinaria attualità di quella vitalità e il desiderio di forte condivisione. Il processo ai sette attivisti ci suggerisce d’istinto il rapporto con l’oggi, in quel differente ripetersi di cicli storici. Derive populiste, soppressione con la forza di manifestazioni delle comunità di colore per l’evidente discriminazione che subiscono, di cui l’uccisione di Floyd è solo la punta di un ben più sommerso iceberg, costituiscono il nuovo e uguale humus dentro il quale all’epoca sono cresciuti gli anticorpi culturali della contestazione. Oggi sembra si sia tornati a respirare un po’ dappertutto la stessa aria. Un film pensato nel 2008 su iniziativa di Spielberg, diventa nel 2020, perfettamente aderente ai tempi.  Un perduto film del 1971 come Piccoli omicidi di quel magnifico irregolare che è stato Alan Arkin, prefigurava con ironica, ma pensosa riflessione il corrompersi della situazione sociale negli Stati Uniti ricordando che i piccoli e insignificanti omicidi stanno a fondamento di quelli più grandi e meno controllabili. Sullo sfondo ancora la guerra del Vietnam. Il tema qui si ripropone con uno sguardo ancora più ampio. Nel caso dei 7 imputati il problema non è neppure il drammatizzato processo, quanto piuttosto la pericolosa inclinazione del sistema politico-giudiziario, che verrà allo scoperto. Artifizi e raggiri per un uso strumentale di quella manifestazione che è diventata il grimaldello per fare saltare le regole democratiche. Una manipolazione di Stato oscura e tragicamente vera. Tutto questo, sembra chiedersi Sorkin, e con lui molti altri, è quel sistema per cui Lincoln ha combattuto? Tutto è affidato alle immagini d’archivio, a quelle iniziali nelle quali scorrono i volti di Martin Luther King e Bob Kennedy e quelle legate alla vera manifestazione composte dentro lo scorrere del film. Ma tutto è anche affidato agli attori Sacha Baron Cohen (Abbie Hoffman) Eddie Redmayne (Tom Hayden), Joseph Gordon-Levitt (Richard Schultz), Frank Langella (Julius Hoffman), Michael Keaton (Mark Ramsey), Yahya Abdul-Mateen II (Bobby Seale), Jeremy Strong (Jerry Rubin), Mark Rylance (William Kunstler) e John Carroll Lynch (David Dellinger) per citare solo i principali. A tutta la squadra convintamente va il plauso, ricordando soltanto, come ulteriore notazione che Thomas Hayden fu anche compagno di Jane Fonda con la quale condivise per anni la contestazione contro la disastrosa guerra nel Sud-est asiatico.

 

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