La disperazione più grande che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere rettamente sia inutile”. Corrado Alvaro

 

Che nel capitalismo ci sia del marcio lo sapevamo già, ma che questo marcio potesse proliferare, trasformandosi da arrampicata sociale in solitaria in una santa alleanza tra canaglie, ce lo fa scoprire J. Blakeson con la sua commedia nera, ma coloratissima, che stravolge i canoni di ogni buonismo e rilegge, con evidente sapienza che viene dal passato, il ruolo del cattivo quale archetipo imprescindibile per una lettura comparata di tutto quel cinema che su questi personaggi ha fondato la propria storia. I care a lot dell’inglese J. Blakeson, per le ragioni sinteticamente richiamate, diventa un film interessante sotto molti profili e forse quello che primo fra tutti salta agli occhi riguarda il sottile e quasi perverso stravolgimento dei canoni sui quali si regge la commedia che abbia per protagonista un “cattivo” e il suo trattamento che finisce sempre con una liberatoria vendetta, che riscatta le sue malefatte ristabilendo l’ordine delle cose. Si tratta dunque di soddisfare l’attesa dello spettatore per quel rovesciamento di fronte che, con il vendicativo riscatto, farà saltare fuori la verità, infliggendo al cattivo la meritata dolorosa punizione per le malvagità commesse. Nessuno finora l’ha fatta franca al cinema se indossa i panni del cattivo in una commedia. Prima o poi arriva qualcuno o qualcosa che colmerà quel vuoto impotente in cui si trova lo spettatore, che inerme vive le cattiverie del personaggio. Ma qui prima sarebbe necessario stabilire se I care a lot sia davvero una commedia o piuttosto una ennesima sua contaminazione, dopo quella epocale di Demme, o invece un ardito tentativo, in larga parte riuscito, di offrire nuova linfa alla commedia con elementi strettamente narrativi e strutturali, quasi extradiegetici e quindi legati alla percezione dello spettatore e non strettamente innestati nel plot.

 

 

Ne deriva un film che inizia come una commedia e lentamente vira verso le tinte nere del genere, per approdare ad una drammaticità insistita in un crescendo narrativo per chiudere, ancora una volta apparentemente, di nuovo alla commedia. Per queste ragioni I care a lot dice di più di quanto effettivamente racconta, laddove sotto la patina edulcorata e colorata, offre una visione non del tutto tranquillizzante delle nostre società, in perfetta adesione con la voce off della protagonista nell’incipit. Un mondo dal quale sembra bandito il bene e nel quale per il male dilagante nessuno è assolto, non i predatori, ma neppure le prede per la loro ignavia. Blakeson lavora su questa condizione sfruttando il represso desiderio di punizione che nasce spontaneo nello spettatore. Se fossimo in un consesso psicanalitico diremmo che I care a lot lavora incessantemente, in questo rapporto con il pubblico, come un infinito atto mancato, una specie di incubo dal quale non si riesce ad uscire, dispiegando un manuale di teorizzata cattiveria pura contro ogni correttezza e unico sistema condiviso per l’affermazione personale. Il pessimismo ironico e beffardo di Blakeson diventa la materia prima di questo film. Una ironia acida e deviante rispetto a tutto quel cinema di genere che l’ha utilizzata in altra direzione e con diverso dosaggio. Un approccio dunque ammodernato, al passo con i tempi nel quale la scalata al successo personale diventa soccombenza definitiva dell’altro. Una misura e una condizione che ci appartiene. I care a lot insistendo sull’originaria cattiveria dei suoi personaggi, senza moralismi e senza pregiudizi, diventa quindi un film che pur ancorandosi alla struttura della commedia ne prosciuga progressivamente l’ironia mescolando i tratti iniziali, dai toni più apparentemente leggeri, a quelli più cupi trasversalmente segnati dall’incalzare di una violenza inattesa.

 

 

I care a lot mette in crisi le regole con un utilizzo esplicito della scorrettezza politica scardinando le strutture narrative, ma anche ogni ipotesi di convivenza civile, assumendo, invece, come unico metro per la sopravvivenza, quello dell’accumulo capitalistico attraverso l’assunzione di dosi sempre più massicce di male e di violazione di ogni statuto sociale in un mondo fatto solo dai cattivi. Marla Grayson (Rosamund Pike) di mestiere dovrebbe fare la tutrice di anziani non più in grado di badare a sé stessi, spesso soli, ma per lo più con un gruzzolo da parte e qualche bene di valore (mobile o immobile conta poco) dal quale trarre beneficio economico. Il suo piccolo, ma proficuo lavoro che le permette di mettere le mani su quelle ricchezze è condotto con la complicità di una rete amicale, difficile da rompere e soprattutto solida poiché a sua volta ben oliata dal denaro, e con quella implicita del Tribunale, che continua a nominarla tutrice di questi anziani in vera o presunta difficoltà segnalati di volta in volta attraverso quelle interessate complicità. Un giorno, però, Marla Greyson, dopo avere commesso una serie infinite di truffe e insieme alla sua compagna essersi appropriata di notevoli fette di patrimoni altrui, incontra Jennifer Peterson (Dianne Wiest).  Il film vive dunque su una trama che ha del consueto, anche se, tra equivoci e oscure trame, il racconto risulta sorprendentemente avvincente con parecchie sorprese che non è corretto svelare. Rosamund Pike con la sua algida e malefica presenza si mangia il film, sicuramente nella sua prima parte, e Dianne Wiest è sufficientemente demoniaca con il suo aplomb da anziana signora e il suo tè del pomeriggio. Meno convincente è il “cattivissimo” Peter Dinklage (Roman Lunyov), malefico per antonomasia. La sua crudeltà è più che altro esibita e non sa essere del tutto convincente, sconfinando nel macchiettistico, ma soprattutto non sapendo diventare vero antagonista della protagonista ed è questa la parte più debole del film. Da sempre il fine della commedia è quello di svelare le identità. È in questa ricerca che va riconosciuto il suo rapporto con il reale, con le strutture sociali che diventano bersaglio dell’irrisione finalità ultima del canone narrativo. Wilder ad esempio ci ha lavorato una vita intera su questi temi e anche il più moralista Allen lo ha fatto con gli stessi ferri, ma con un differente utilizzo. Blakeson, che si è occupato anche della sceneggiatura, sa tenere conto di questi insegnamenti, ma, prova a rimescolare le carte e lasciando intatta la struttura archetipica della commedia, la trasforma, la tradisce, la contamina con elementi estranei e quindi ne tradisce il fine. L’assunto non funziona più come irrisione del reale e come critica del sistema sociale, ma diventa acquisizione della sconfitta di ogni speranza di politically correct,ponendo fine ad ogni sogno nel quale la correttezza possa trionfare e diventare forma possibile di vendetta sociale contro il malvagio sistema del business capitalistico. Non ci sarà davvero alcun giudice, neppure a Berlino, che possa spartire il vero dal falso, che discerna il buono dal cattivo, secondo l’antica e funzionante regola. La legge, la funzione dei tribunali, l’applicazione delle regole di buonsenso in I care a lot vengono stravolte proprio in quelle aule di giustizia secondo una ineccepibile linearità da fare invidia. Tutto nel film si risolve con la saldatura del male alla cattiveria e all’ingiustizia, con l’effetto di provocare un inguaribile pessimismo che lascia nello spettatore il senso di inappagato desiderio di vedere ristabilito l’ordine sociale. 

 

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