I legami, l’amore, la morte, la volontà che si fa gesto, il passare del tempo trattenuto, come a voler stabilire una nuova durata. Il cinema del regista azero Hilal Baydarov si sofferma su istanze narrative che sono materia fondante del cinema. Era così, con sapiente leggerezza, in When the Persimmons Grew e lo è in In Between dying, in competizione all’ultima Mostra del cinema di Venezia e ora fuori concorso al Trieste Film Festival, e in Nails in my Brain, nel concorso documentari. Il primo lungometraggio di finzione di Baydarov racconta la storia di una fuga nel paesaggio, dolce e aspro al tempo stesso, che circonda la città di Bsaku. Un viaggio di un solo giorno per il disorientato Davud, che attraversa territori famigliari, andando di villaggio in villaggio fuggendo la morte e cercando l’amore. Un girovagare solo apparentemente disordinato, in realtà stabilito dal desiderio interiore di trovare risposte alle domande esistenziali di sempre. Il senso di una vita che sfugge nell’incapacità di riconoscere l’amore, mentre i ricordi affiorano e si mescolano ai rimpianti.

 

 

E così, Davud è diviso tra la realtà di un viaggio di conoscenza e l’allusione continua di viaggio interiore e visionario. Alla ricerca della sua vera famiglia, finirà per perdere la madre malata proprio nel momento in cui i suoi occhi confusi hanno dissolto le nebbie e ne hanno riconosciuto l’amore. Nel frattempo ha visto morire uomini e assistito alla rinascita di donne fino ad allora abbandonate tra violenza e oppressione. Basta un gesto di dolcezza da parte di Davud per innescare la loro rivincita (una giovane malamente insultata, una ragazza tenuta in catene dal padre, una donna costretta a sposare un uomo che non ama, una ragazza cieca). Allegoria che sembra il racconto circolare proprio delle leggende e dei miti, che trova nelle parole poetiche l’esatta descrizione metafisica. Un film sul tempo e sulla percezione nel senso più ampio possibile. Non solo in riferimento alle conversazioni tra Daud e i personaggi che via via incontra, ma soprattutto in relazione alla rappresentazione impossibile del tempo e all’indagine che il film persegue sul sentire e sulla reciproca relatività tra esseri umani. I suoni in tutto questo giocano un ruolo essenziale, di tridimensionalità di un film che va molto oltre ciò che i sensi possono afferrare.

 

 

“Mi sono sempre sentito vicino a chi soffre. Osservo con stupore il modo in cui la sofferenza incide il tempo sui volti e li rende belli”. Inizia così Nails in My Brain, terza parte della trilogia dedicata alla madre, di cui fanno parte i precedenti Mother and Son e When the Persimmons Grew. Dopo aver scavato nel suo rapporto con la madre e con le proprie origini, Baydarov punta su di sé il suo sguardo affilato e, in quella che potrebbe essere la sua casa d’infanzia, elabora un discorso autoriflessivo di grande profondità, che dimentica l’allusione in favore di una retorica comparativa. Attraverso sei capitoli e un epilogo, Nails in my Brain si presenta come una sorta di autobiografia dell’animo del regista, la sua relazione con Dio, la consapevolezza e il desiderio di un’evasione tanto estrema da sembrare distruttiva. Molte le domande che si pone, molte le contraddizioni che non trovano risposta. L’amore per una ragazza in lutto scaturito esclusivamente dalla tristezza di cui era rappresentazione, quello provato a scuola, durante le continue punizioni della professoressa di matematica, l’attrazione verso il suicidio e il tormento. Tutti chiodi piantati nella testa che via via si fanno dolenti e che Baydarov rende visibili, trasforma in immagine e in gesti. Il paesaggio dalla finestra, gli alberi sempre presenti, il muro interno di una stanza illuminato, quello colorato di giallo, quello, che, infine, prende fuoco grazie alle pagine di un libro appese a quei chiodi. La narrazione è continua, quasi estenuante, le note di Satie scandiscono le tappe del pensiero con immobile dolcezza, mentre la tempesta non trova pace. Autunno, inverno, primavera. Il tempo passa, la neve si alterna al vento e nella mirabile precisione e cura di ogni immagine si percepisce il dolore che può scaturire dalla bellezza, la malinconia che l’armonia di forme e colori sempre sottende.

 

 

www.triestefilmfestival.it

La 32ª edizione del Trieste Film Festival è visibile sulla piattaforma MYmovies

 

Scrivi