A distanza di due anni da L’avversario, Invisibile Kollettivo (ovvero Nicola Bortolotti, Lorenzo Fontana, Alessandro Mor, Elena Russo Arman, Franca Penone sostituita in queste repliche da Debora Zuin) torna in scena per dar vita a Open. La mia storia, dal bestseller di Andre Agassi, scritto in collaborazione con il giornalista premio Pulitzer J.R. Moehringer. Come già era successo per il romanzo di Emmanuel Carrère, non si tratta di una semplice lettura scenica, né tantomeno di un adattamento teatrale tradizionale, ma di una trasposizione che restituisce in maniera rigorosa la pagina scritta. Come nel romanzo, si comincia dalla fine, con la proiezione delle immagini dell’ultimo incontro del grande campione agli Us Open del 2006, per poi rendere omaggio a J.R. Moehringer senza il quale «questo libro non esisterebbe», riproponendo il flusso di coscienza di Agassi registrato su numerose audiocassette, con brani letti dai cinque attori che si avvicenderanno nel ruolo del tennista. La “fine” è anche il fil rouge che lega i vari momenti della vita di Agassi, con le sue inquietudini e le sue contraddizioni («Fa’ che finisca presto. Non sono pronto a smettere»).

 

 

Nello spettacolo tutto è dichiarato fin dall’inizio. Il libro è in scena e gli attori diventano Andre Agassi “indossando” grandi fotografie cartonate del suo viso o di parti del suo corpo, mentre spezzoni di video ripropongono le immagini più celebri delle vittorie del tennista, del suo trasformismo nei vent’anni di carriera, della celebre pubblicità per la Canon il cui slogan “Image is Everything” lo segnò per lungo tempo, del suo ingresso nel club dei famosi dopo Wimbledon (la relazione con Barbra Streisand, l’amicizia con Kevin Costner, gli incontri con George Bush, Michael Jackson, Nelson Mandela…). Se la forza del libro sta nella sua capacità di raccontare una storia universale in cui ognuno può ritrovare parti di sé, Invisibile Kollettivo riesce a far risaltare, rappresentandola, la sua struttura di fiaba classica. Le tappe sono quelle del romanzo, ma qui emergono con ancora maggior forza: il rapporto conflittuale con il padre-orco che diventa il “drago” sputapalle da lui creato, la sfida continua con Nick Bollettieri, fondatore dell’academia-campo di prigionia in cui l’adolescente Andre viene spedito a miglia di distanza da casa, il supporto del fratello Philly e dell’amico Perry, gli ostacoli rappresentati dalla ribellione esteriore che dopo l’abbigliamento e i capelli passa per le metanfetamine, l’amore per la bella principessa (Brooke Shields), il conforto dell’allenatore-stregone-padre (Brad Gilbert) che trova le formule magiche per aiutare il giovane campione ad affrontare le sfide sul campo da tennis e nella vita («Dice che sono Lancillotto. […] Tutti i cavalieri uccidono i draghi»), e l’incontro-scontro con l’antagonista di sempre (Pete Sampras).

 

Con Open Invisibile Kollettivo prosegue il discorso legato all’identità: come l’avversario Jean-Claude Romand ha finto per anni una vita non sua (fino al tragico epilogo in cui ha ucciso i genitori, la moglie e i figli), così Andre Agassi costruisce la sua personalità in funzione dei desideri di qualcun altro e non perde occasione per ribadire: «Odio il tennis, lo odio con tutto il cuore, eppure continuo a giocare, continuo a palleggiare tutta la mattina, tutto il pomeriggio, perché non ho scelta». Un dilemma che ci riguarda tutti perché, come canta Frank Sinatra a fine spettacolo,That’s Life.

 

Foto Salvatore Pastore

Milano            Teatro Elfo Puccini                     fino al 17 novembre

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