Come riflessi nello specchio rotto della coscienza del protagonista, gli indizi su cui Lynne Ramsay costruisce You Were Never Really Here (Concorso) sono la funzione di una narrazione che implode in se stessa. Joe, che ha l’incedere zombificato di un Joaquin Phoenix corpulento e barbuto, è un reduce, un soldato che ha cessato di servire l’esercito e ora serve chi gli offre denaro per risolvere questioni violente. Il martello che Joe usa al posto della pistola batte un chiodo che è tutto mentale, quello di una violenza imparata da bambino, nascondendosi al padre che picchiava la madre. Ora però questo killer king size è al servizio di un altro padre, un ambiguo senatore che, in piena campagna elettorale, gli chiede di salvare la figlia, rapita da un giro di pedofili d’alto borgo. La storyline è sostanzialmente tutta qui, scritta addosso alla dimensione eminentemente fisica del personaggio, al suo incedere sonnambolico, posto però in contrapposizione con l’implosione espressiva del film tutta mentale, consegnata interamente alla psiche turbata del protagonista.

 

Rispondendo fedelmente alla natura del suo cinema (da Ratcatcher a Morvern Callar, sino a …E ora parliamo di Kevin), Lynne Ramsay s’impenna infatti in una messa in scena articolata in dettagli, risonanze visive, disturbi illusivi. L’istinto è buono, ma l’eccesso induce al pasticcio, alla disarticolazione gratuita, alla implosione visiva in un pullulare di immagini che gravano sul film e aggravano il sospetto di formalismo già messo a registro a nome della regista. Si sente istinto e si coglie talento visivo, ma il cinema della Ramsay conferma qui la pericolosità di un filmare sotto stress visivo: l’effetto, oltre a indurre saturazione nell’esperienza dello spettatore (leggi pure: noia…), va a tutto detrimento della verità del protagonista. Il quale, in realtà, pur nella sua schematicità, avrebbe non pochi motivi da esprimere, non fosse altro che per la presenza scenica come sempre esaltante di Joaquin Phoenix.

 

Scrivi