20 anni senza Ezio Alberione – Rosetta e le notti di Cannes

Me lo ricordo il giorno nel quale a Cannes abbiamo visto Rosetta dei fratelli Dardenne. I pensieri condivisi con Ezio, il suo partire dal nome della protagonista per riflettere di destini. L’eco di quella giornata continua ad accompagnarmi misteriosamente. Per me Ezio non se n’è mai andato. In questi anni mi sono sorpreso nel ritornare spesso alle nostre passeggiate notturne post film ai festival. Capitava più frequentemente a Cannes, dove durante il giorno avevamo un percorso differente ma la notte, dopo l’ultima proiezione, il ritrovarsi era naturale. C’erano amici, occasioni di discussioni cinematografiche, risate, improbabili merende. Poi ognuno partiva per raggiungere casa. Io ed Ezio trovavamo il modo di condividere una parte della strada. Si procedeva lentamente e si parlava di tutto. Una meraviglia: Ezio era un ascoltatore formidabile e sagace. Quanti spunti mi ha regalato, quanti riflessioni abbiamo sviluppato. Questi ricordi per me sono presenza. Col passare delle stagioni (e con le prove che la vita ci propone), i pensieri mi hanno rafforzato nell’idea che tutto ciò che un tempo è esistito e tutti coloro che un tempo hanno vissuto restano per sempre. Una volta ho letto una frase di Boris Akunin che mi ha fulminato come una sentenza: «Nascita e morte non sono pareti ma porte». E bisogna essere in armonia con il mondo per avere una condizione interiore che ci fa sentire particella di quello che è stato prima e di quello che sarà poi. I primi tempi ero sgomento per la mancanza di Ezio, poi ho compreso che non era sparito nel nulla. Il suo pensiero è rimasto negli scritti e ogni volta che ci ritorno quelle parole mi appaiono magiche: possono dare corpo ai ricordi ed elevarci sopra il tempo. Bisogna combattere il buco nero dell’oblio: con le nostre parole che diventano funi di salvataggio perché se ricordiamo Ezio, Ezio rimane. Abbiamo percorso una lunga strada, sono passati vent’anni, ma non ci siamo mai scordati di fare vivere con noi/ in noi quell’amico impareggiabile.

 

 

 

Il nome della Rosa

Ti chiami Rosetta. Hai trovato un posto di lavoro, un amico, una vita normale. E questa non ti sembra la realtà, ma una favola. Non la riconosci. È più normale per te perderlo il posto di lavoro anche se hai lottato furiosamente per non andartene. Tu non sai cosa sia l’amicizia, perché la miseria ti costringe ad essere carogna fino al punto di fare le scarpe a chi in fondo è come te. E quando torni a casa ti tocca di combattere con una madre che si è prostituita per una bottiglia di vino. È questa la tua vita, Rosetta, una guerra quotidiana e feroce tra poveri. Ti chiami Rosetta. Il lavoro non ce l’hai, l’amico lo tradisci, e la tua vita tanto normale non è. Non ti resta che il tuo nome. Solo quello. Il nome della rosa. E tu la senti sulla tua pelle, calata dentro la tua esistenza, la consapevolezza filosofica dei nominalisti: nomina nuda tenemus…Il tuo nome, Rosetta, dice tante cose. Dice per esempio che sei un’immigrata italiana, forse una figlia di immigrati come tanti altri arrivati in Belgio (e forse non sai nulla di Già vola il fiore magro). Il tuo nome parla del pane, della necessità del pane quotidiano, del minimo che la vita richiede per poter essere vissuta. Tu cucini fette di pane passate nell’uovo e le chiami pain perdu. Pane perduto. Come te, del resto. (Alla fine ti cucinerai anche un uovo, in un sublime e contraddittorio anelito alla rigenerazione). Il tuo nome è quello di un fiore, di un simbolo d’amore (un’altra Rosebud?). Ma che ne sai tu di queste cose? Tu vivi in una roulotte alla periferia dell’umanità, attraversi le strade e i boschi come una fuggiasca, ti prendi cura con amore e con rabbia di una madre autodistruttiva (come il curato bressoniano hai ereditato la forza della disperazione e il male allo stomaco da genitori alcolizzati)…C’è grandezza e miseria in te, dolcezza e grettezza. Sei delicata come un fiore sgualcito e rabbiosa come un animale ferito. Rosetta, il tuo rischia di essere solo il nome di una cosa, di una umanità reificata, sfruttata, alienata. Eppure non puoi far altro che tenerti stretto il tuo nome, l’unica cosa che possiede una proletaria senza figli, un’operaia senza lavoro, una donna senza amore come te. Forse è grazie al nome che porti come un segno del destino che potrai avere voglia di ricominciare a vivere, a lottare, magari anche ad amare (il tuo amico non ti ha dimenticata). La guerra delle due Rosette – quella che non ce la fa più e quella che combatte nonostante tutto – è appena cominciata (e una vittoria inattesa, a Cannes l’ha già ottenuta). Il bello è che la storia del tuo nome l’hanno raccontata, seguendoti da vicino, con trepidazione, due registi che passano per “realisti” (solo perché hanno visto che è più difficile vivere che filosofare).

(Ezio Alberione – dal n.76 di Duel – dic.1999- genn. 2020)