Cannes79 – Paper Tiger di James Gray e la sconfitta senza redenzione

“Ci sia una ricchezza senza lacrime: tanto basta all’uomo saggio, che nulla chiederà oltre”. Si apre con questa citazione dell’Agamennone di Eschilo l’ultimo film di James Gray, Paper Tiger, che riprende, modifica ed elabora i temi già presenti nella sua filmografia: la famiglia, l’ambizione, l’ineluttabilità del fato, il non saper evitare i germi della sconfitta e del terremoto emotivo. Siamo nella seconda metà degli anni Ottanta, in una New York assai lontana dalla grandeur reaganiana che alimenta l’immaginario del paese. Irwin Pearl è l’epitome di una certa middle class ebraica dei margini di New York: integerrimo ingegnere con moglie devota e due figli adolescenti, con il cruccio di una sempre maggiore difficoltà nell’affrontare i piccoli problemi quotidiani che, al solito, gridano una cosa sola: soldi, soldi, soldi. Quando il fratello maggiore Gary, ex poliziotto divorziato la cui vita ha – e ben lo dimostrano macchina, vestiti, orologio, attitudine – tutt’altro sapore, gli propone un affare facile facile, Irwin, che non ha la saggezza prescritta dai versi di Eschilo, pensa che quella è finalmente la possibilità di svoltare, di regalare al figlio una festa consona per i diciott’anni, di sollevare la moglie Hester dalle preoccupazioni pratiche che accompagnano la sua gentile ma ferma gestione domestica.

 

 
Si tratta di una consulenza tecnica che servirebbe a ripulire il Gowanus Canal, un corso d’acqua di Brooklyn devastato da decenni di scarichi e sversamenti industriali senza controllo, per conto di fantomatici clienti. Quello che Irwin ignora – nella sua mentalità piccolo borghese che mescola desiderio di affermazione e fedeltà alle regole, senza ipotizzare le norme di ingaggio – è che lui servirebbe da semplice copertura per i loschi traffici gestiti dai tagliagole della mafia russa, sempre più potente grazie alle nuove leve arruolate tra chi è fuggito a frotte dall’Unione Sovietica in crollo verticale. Il voler “far bene il suo mestiere” viene preso come una minaccia – un ficcare il naso dove non si può e non si deve – e la vita della sua placida famiglia appare improvvisamente in pericolo. Gary dovrà provare – con scarso successo – a prendere in mano la situazione (grazie al suo passato in polizia, ai suoi agganci, alla sua naturale tendenza al compromesso) ma sarà l’apparentemente placida Hester, simbolicamente illuminata da un’improvvisa malattia, a riscrivere le regole del gioco, provando a salvare il salvabile. Gray si interessa relativamente allo svolgersi della tensione narrativa, essendo più interessato alle falle di umanità che fanno breccia nell’animo dei protagonisti, alla descrizione minuziosa degli ambienti, al ricreare con i giochi di luce – anche grazie alla fotografia di Joaquin Baca-Asay che imprime sulla pellicola in 35mm lo stato d’animo dei personaggi – la tensione drammaturgica, la loro lotta impossibile con il fato.

 

 
Il cinema di Gray deve molto, sottotraccia, alla tragedia classica, già dall’esordio di Little Odessa. In Paper Tiger il senso di minaccia e fallimento amplifica l’eco del punto di rottura di tutti i protagonisti, sembra accompagnarli a un’uscita di scena dolorosa già decisa dal destino. E se Adam Driver (Gary) e Miles Teller (Irwin) corrispondono sin dalla postura del corpo all’anima intima dei loro personaggi, è nella Hester di Scarlett Johannson che si nasconde la maggiore forza di resistenza, il non volersi arrendere alla rovina sfoggiando una forza d’animo sconosciuta ai ruoli maschili. Da una parte la difesa strenua di ciò che si ha, dall’altra un mondo ferino di sopraffazione destinato a travolgere ambizioni e privilegi, sogni e presagi. Paper Tiger forse non aggiunge molto di nuovo al cinema di Gray – di certo, come scrive Roberto Manassero, ci presenta una più cosciente “immagine offuscata” della vita – ma lo declina offrendo un’ulteriore variante del pessimismo socioculturale che informa la visione del regista newyorchese. L’ambizione senza sbocco, la sconfitta senza redenzione, la lotta senza possibilità di successo: un mondo in cui solo un barlume di energia femminile, già segnata dalla morte, prova a rompere l’inerzia di un potere maschile improntato al ricatto e alla violenza.