Notre salut di Emmanuel Marre, a Cannes79 la Francia di Vichy tra collaborazionismo e alienazione

Con Les Rayons et les Ombres di Xavier Giannoli, uscito in Francia a marzo, Notre salut forma un dittico involontario ma rilevante. Controcampo della Resistenza, quella rievocata a Cannes da László Nemes (Moulin) e da Antonin Baudry (La Bataille de Gaulle – L’Âge de fer), i due film raccontano in definitiva la stessa storia: non la collaborazione ideologica dei fanatici, ma quella dei mediocri, degli arrampicatori sociali e degli ambiziosi frustrati che videro nel crollo di un paese un’opportunità storica per raggiungere finalmente la posizione che credevano di meritare. Se Giannoli assume uno stile più convenzionale, Marre trova una forma perfettamente coerente per il suo soggetto: cruda, instabile, quasi documentaristica. Ed è proprio questa contemporaneità formale a rendere il suo film più incisivo. Ispirato alla corrispondenza tra il suo bisnonno vichyste e la consorte, Notre salut racconta la collaborazione di Louis Marre con le forze di occupazione, dagli albori del regime di Vichy fino alla sua fuga. Monsieur Marre arriva nella città termale nel luglio del 1940 per offrire i suoi servizi e il suo libro, in cui ha teorizzato una nuova forma di organizzazione del lavoro ispirata ai primi principi di gestione aziendale importati dagli Stati Uniti. Spera in questo modo di suscitare l’interesse dei nuovi uffici.

 

©Kidam & Michigan Film

 
Lo spettatore più accorto troverà significative analogie contemporanee nella visione politica del lavoro difesa dal convinto pétainiste di Swann Arlaud. A chi si chiedeva come Emmanuel Marre avrebbe ridotto lo scarto tra un film ultra-contemporaneo come Generazione Low Cost e il suo nuovo dramma storico, la risposta è già nelle prime battute. Notre salut ricorda da vicino il suo lavoro precedente, ha lo stesso stile di ripresa spontaneo, dialoghi moderni e mai anacronistici, sovente pescati nel bel mezzo di una lunga conversazione. Lontano dall’estetica museale e dalla finzione storica, con le sue scenografie rigide e l’illuminazione patinata, Notre salut è un film profondamente contemporaneo. Certo l’immagine granulosa, meticolosamente curata nei colori, ci ricorda che questa storia appartiene al passato, ma come nel suo film del debutto, Marre analizza le forme contemporanee di vuoto esistenziale prodotte dal settore dei servizi. Non filma tanto la ‘collaborazione storica’ quanto l’alienazione moderna sul lavoro e la feticizzazione della performance. Lo fa con una m.d.p. sempre in movimento, lo fa fissando sulla m.d.p. un flash come un proiettore per illuminare i suoi personaggi nel buio (esistenziale) e per avvicinare lo spettatore ai suoi personaggi, producendo una prossimità sensoriale ed emozionale. Praticamente un effetto Polaroid che infonde una vivida atmosfera contemporanea a una storia che rimane saldamente radicata nel suo tempo. L’autore cattura al volo frammenti di vita, mostra e nasconde attraverso le ellissi, dipingendo un ritratto molto più complesso del vecchio avo: uomo noioso, educato, diligente, a volte persino simpatico, a cui Arlaud conferisce una normalità, una totale mancanza di grandezza, che lo rende infinitamente più inquietante.

 

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Altrettanto singolare è il punto di vista del film. Emmanuel Marre non rappresenta il collaborazionismo attraverso i suoi eventi più tragici e spettacolari, nessuna immagine di retate, torture o esecuzioni. Non ci sono nemmeno mostri ideologi, si tratta di una normale collaborazione statale, quella degli uffici, del gergo tecnico e delle riunioni a voce bassa e monotona. Ma è proprio questa collaborazione ad essere responsabile di tutte le atrocità che conosciamo bene, sempre fuori campo nel film, ridotte a un gioco di parole o a una parola che va usata con cautela: “rastrellamento” diventa “raccolta” per un contingente di ebrei destinati a salire sui treni diretti ai campi di concentramento. Marre sa bene che non ha bisogno di mostrare l’intollerabile storia che si sta svolgendo davanti ai nostri occhi. L’orrore è tanto più potente nella sua apparente normalità e immediatezza anche grazie alla sceneggiatura e agli attori, tutti credibili nei panni di funzionari collaborazionisti, di primi sostenitori di Hitler, di pacifisti moderati, di ottimisti che credono di poter resistere dall’interno e, naturalmente, di opportunisti.

 

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Se Xavier Giannoli esita costantemente tra condanna e riabilitazione del suo personaggio – Jean Luchaire, il magnate della stampa a cui Jean Dujardin dona charme e malinconia -, Emmanuel Marre realizza un film di un’esigenza estetica e morale esemplari. Per questo Swann Arlaud si astiene dal brillare, è un impiegato statale opaco, con un raggio d’azione limitato ma con tanto sangue sulle mani quanto la milizia francese. Un bastardo banale ed enigmatico insieme, che decide poco e si fa in quattro quando gli viene chiesto di fornire benzina e camion per il rastrellamento degli ebrei di Tolosa nell’estate del ‘42. Sotto il cappello e dentro un vestito troppo largo, Arlaud è al centro di un dispositivo formale inedito, una delle proposizioni più forti e singolari della 79ma edizione del Festival di Cannes, dove Marre ha ricevuto il Premio per la Sceneggiatura. Perché Notre salut si accompagna audacemente con una musica anacronistica: Alphaville, Hot Butter e Opus che cantano “Life is Life”, conferendo una grande spontaneità a questo dramma in costume. In un contesto di estrema destra globale, Notre salut fa eco al presente, il suo radicalismo estetico fa il paio invece con La zona d’interesse. Se nel film di Jonathan Glazer l’orrore dei campi restava fuori campo, insinuando la narrazione attraverso un lavoro minuzioso sul suono, da Marre passa attraverso il décalage verbale. Il film cattura mirabilmente questo slittamento del linguaggio, la violenza politica diluita nel vocabolario neutro della pura burocrazia. L’Occupazione secondo Marre allora è un tempo ancora aperto, incerto, impuro. La coglie nella sua dimensione più banale: i personaggi continuano semplicemente a lavorare, avanzano senza una chiara consapevolezza della direzione che stanno prendendo, conferendo al film un rarissimo senso di crudo presente storico, libero da qualsiasi rassicurante ricostruzione della memoria.