Era la mattina del 1 aprile di vent’anni fa quando la voce rotta di Marì Alberione mi comunicò al telefono che nella notte era mancato Ezio. Lo ricordo come se fosse ieri. Ero davanti a un’edicola, stavo comprando i giornali, volevo verificare che fosse già stato distribuito il nuovo numero di Duellanti che io e Ezio avevamo mandato in tipografia pochi giorni prima. Ricordo che rimasi come paralizzato. Attonito, incredulo, pietrificato. Avevo salutato Ezio la sera prima, all’uscita dell’università. Dovevamo rivederci il lunedì successivo. E invece quel sabato mattina di primavera mi gettò addosso – per l’ennesima volta – la scorticante consapevolezza della precarietà della vita. Del nulla che siamo. Ma questo lo dico io. Ezio non sarebbe stato d’accordo. Spesso non eravamo d’accordo, io e Ezio. Ma eravamo amici indissolubili anche per questo. Avevamo bisogno l’uno dell’altro. Del punto di vista dell’altro. Per almeno dieci anni – gli anni di Duellanti, e poi delle lezioni fatte insieme in Università – la telefonata quotidiana con Ezio è stata un momento fisso delle mie e delle nostre giornate. Ricordo nitidamente la sua voce. Più la sua voce che il suo volto. Parlavamo di cinema, certo. Di libri letti e da leggere. Di appuntamenti da onorare. Ma poi si finiva sempre per parlare della vita. La sua, la mia, la nostra. Ezio era credente, io no. Io – per dirla con Buñuel– era (e sono) “ateo per grazia di DIO”. Ma proprio questa “differenza” innescava e fortificava il nostro rapporto. Ezio era così con tutti, non solo con me: la diversità lo incuriosiva, la differenza lo stimolava e lo arricchiva. E questa è la prima, grande lezione che Ezio Alberione ci ha lasciato in eredità: nell’era del trionfo dell’identico e della dittatura dell’uguale, in tempi di solipsismo dilagante, Ezio era un alfiere del diverso.

Si batteva per l’uguaglianza nella diversità. Conosceva l’importanza imprescindibile di provare ad adottare sempre anche il punto di vista dell’Altro. Non per relativismo culturale, ma perché solo conoscendo anche l’Altro puoi chiarire davvero anche il tuo punto di vista e le tue convinzione profonde. La seconda lezione che Ezio ci ha lasciato riguarda il suo amore per le parole. La sua consapevolezza che noi siamo il nostro linguaggio. Che le parole non sono mai uno strumento neutro ma un modo del pensare. E per Ezio il modo di pensare coincideva sempre anche con il modo di vivere. Ricordo un suo saggio, non notissimo ma molto bello, sulla presenza e la funzione degli occhiali nella cultura di massa e popolare. Ezio comincia con una lucidissima analisi delle parole con cui le varie lingue designano l’oggetto: lo spagnolo anteojos privilegia la collocazione degli occhiali davanti agli occhi, il francese lunettes rinvia invece alla forma tonda delle lenti, quasi piccole lune, l’inglese glasses mette l’accento sulla materia (il vetro) di cui gli occhiali sono fatti, il tedesco Brille valorizza invece la funzione che gli occhiali hanno di far brillare il reale nella sua vera luce. Poi Ezio passa in rassegna la presenza degli occhiali non solo nel cinema ma anche nella letteratura, nell’arte figurativa, nel fumetto, perfino negli emoticon, mostrando come in ogni linguaggio gli occhiali abbiano una duplice natura ambivalente: servono per compensare un difetto (gli occhiali da vista) ma anche per proteggere da un eccesso (gli occhiali da sole).

E qui si innesta un’ulteriore lezione che Ezio ci consegna: la necessità di abitare una cultura plurale, capace di attraversare linguaggi e ambiti disciplinari diversi, di meticciarli, di ibridarli, di farli dialogare. L’idea di cultura che Ezio incarnava era ed è l’esatto opposto dell’iperspecialismo di chi studia per tutta la vita la stessa piccola cosa e non ha né la voglia né la capacità di mettere in relazione il proprio sapere con altri saperi. Ezio era per un sapere meticcio. Un sapere ampio. Un sapere mai chiuso in se stesso e sempre proiettato verso l’altro. E qui si innesta l’ultima lezione che mi piace ricordare in questo ventennale dalla sua morte. C’era qualcosa che per lui contava alla fine più del cinema, più dei libri, più dei saperi. O qualcosa che con il cinema, i libri e i saperi era intimamente connesso. Ed era la vita. Ogni intervento di Ezio, ogni lezione, ogni analisi, ogni testo, conteneva alla fine anche una meditazione sul mestiere di vivere e sulla fatica – ma anche sulla bellezza – dello stare al mondo. Per questo, quando qualche ragazzo o ragazza ci chiedeva consigli su cosa fare per riuscire a fare il nostro mestiere, noi avevamo concordato una risposta. Vedere vedere vedere. Leggere leggere leggere. Ma poi soprattutto vivere vivere vivere. Perché se in quello che scrivi o che dici non c’è a monte un sentimento alto della vita è molto improbabile che tu abbia qualcosa di interessante da comunicare agli altri. Ezio questo sentimento ce l’aveva. Ce lo ha regalato con la sua riconosciuta generosità. E continua a regalarcelo anche oggi, anche se da vent’anni ci mancano la sua voce e il suo sorriso.


