Un pezzo grosso di Orson Welles, romanzo inedito fra satira e grottesco

linus  è dedicato a Orson Welles con articoli, fra gli altri, di Alberto Pezzotta,  Roy Menarini,  Alberto Anile,  Marta Perrotta. Ad arricchire l’inserto,  fumetti e le illustrazioni di Massimo Giacon, Roberto La Forgia, Cammamoro, Michele Galli, Roberto Baldazzini e Tiziano Angri.

Nel 1953 esce in Francia Une grosse légume (titolo originale V.I.P.). Si tratta dell’esordio letterario di Orson Welles, ma il romanzo è assai rimaneggiato rispetto al manoscritto originale. Il regista di Quarto potere non fa nulla per rimediare all’incresciosa situazione. Anzi, una cosa la fa: scrive l’anno seguente un altro romanzo,  che poi disconoscerà, Mr. Arkadin (da noi Il signor Arkadin) che porterà sullo schermo con il titolo Rapporto confidenziale. Da allora il primo libro scompare dai radar, anche perché mai uscito nei paesi anglofoni. Nel 1995 riappare nel Fondo Welles acquistato a Londra dal Museo Nazionale del Cinema di Torino. Ora arriva in libreria grazie alla Nave di Teseo (Un pezzo grosso, pag.208, euro 18, traduzione di Alberto Pezzotta, con testi di Gianfranco Giagni e Sergio Toffetti), che lo lancia in contemporanea, con My name is Orson Welles. Una grande mostra allestita nel cuore della Mole Antonelliana, all’interno del Museo Nazionale del Cinema di Torino, dal 1° aprile al 5 ottobre, a cura di Frédéric Bonnaud, direttore della Cinémathèque française. Secondo Wellesnet.com, il romanzo trae origine da Buzzo Gospel (noto anche come The Dead Candidate), un episodio del 1952 della serie The Lives of Harry Lime, trasmesso dalla radio britannica, che Welles voleva adattare per il cinema. Non lo fece e l’anno successivo l’avrebbe trasformato in romanzo. Su una piccola isola mediterranea immaginaria chiamata Maliñha (a est di Gibilterra, a ovest della Corsica), sotto una dittatura grottesca, un giovane americano, Joe Cutler, nipote di un potente magnate delle bibite, incontra Susie e viene scambiato per un agente americano sotto copertura. Ne conseguono complotti, colpi di stato, arresti, elezioni improvvisate, bevande misteriose e passioni inattese. Noir grottesco, con la leggerezza della commedia, Un pezzo grosso  fa una satira spietata dell’imperialismo americano, della paranoia della Guerra Fredda, del maccartismo, del capitalismo globale e delle multinazionali (qui rappresentate da una potentissima ditta di bibite). Sotto  gli equivoci e le situazioni assurde c’è una critica lucidissima al potere e alle sue maschere. 

 

 

Per gentile concessione di La Nave di Teseo proponiamo un estratto da Un pezzo grosso di Orson Welles

 

A Est di Gibilterra, a Ovest della Corsica, qualche miglio a Nord della parte più arida del Maghreb, c’è una macchia a forma di fagiolo di cui è probabile che il lettore non abbia mai sentito parlare. Sulle mappe più dettagliate è identificata come l’isola di Maliñha.
Una leggenda narra che in queste acque, quando i pescatori perdono l’orientamento e non vedono più la costa, trovano la rotta per tornare alla loro isola fragrante semplicemente seguendo il profumo dei fiori.
Così scriveva Susie in una lettera alla madre.
Come sempre, abbelliva considerevolmente la realtà dei fatti.
A Maliñha cresce qualche erbaccia, ma di fiori se ne vedono pochi. La terra, che è secca e rocciosa, produce soprattutto cactus e mandarini pieni di semi e quasi privi di succo. Con la buccia di questo agrume si produce l’Abomino, un potente liquore. E poi è molto praticata la pesca delle sardine, che in parte serve da copertura per il contrabbando. La pesca è la principale fonte di reddito dell’isola si intende dopo il contrabbando e i mandarini.
Quanto alla fragranza di Maliñha, va ammesso che i pochi fiori che sbocciano sull’isola sono del tutto inodori. E se mai il capitano di un peschereccio di sardine usasse il proprio naso a mo’ di bussola, solo i grevi effluvi delle distillerie di Abomino lo guiderebbero a casa.
Ma Susie, nelle sue lettere come altrove, aveva un talento per il romanzesco.
Sconosciuta e misteriosa, Maliñha si trovava a poche ore di navigazione da lei, in quello che era il suo primo viaggio all’estero.
Il Mediterraneo sembrava una placida distesa d’erba sotto una sproporzionata luna piena. Quest’ultima ricordò a Susie una lanterna di Halloween. Il mare, per usare le parole del suo diario, era come seta bagnata. La notte incombeva pesante, eppure la cosa la eccitava. Anche il telegrafo che gracchiava e balbettava a scatti, urgente e sconclusionato come uno sciame di insetti che sbattono contro una lampada, contribuiva al fascino della situazione. Quando, da qualche parte, cominciò a suonare un mandolino, la nostra Susie, un po’ sola ma in fibrillazione, ebbe l’impressione di essersi imbucata per la prima volta in un party a cui non l’aveva invitata nessuno.
“Il mare è bello calmo,” commentò un giovanotto, avvicinandosi alla ragazza davanti alla ringhiera. In effetti lo era, replicò Susie.
“Scende a Maliñha?” le chiese lui.
“Esatto.”
“Anch’io.”
Susie lo osservò, e non ne fu troppo delusa. Un po’ allampanato e svagato, ma con un mento volitivo.
“Cosa la spinge a Maliñha?” gli chiese.
“La Cool-o”, fu la risposta.
Seguì una pausa imbarazzata.
“Io vado a sposarmi”, riprese Susie. “E lei?”
“La Cool-o.”
“Continua a ripetere questa parola.”
“Come milioni di altre persone.”
“Ah, ma lei intende quella Cool-o? Un nichelino di freschezza? Non c’è niente di più cool della Cool-o?”
“Come è scritto sulla bottiglia. Sono il concessionario della Cool-o per Maliñha.”
“Beh, carino”, disse lei.
“È il fascino del business… Pensi che Maliñha è l’ultima frontiera dove non è ancora giunta la buona novella della Cool-o.”

Il giovanotto non mentiva. Di tutti i paesi al di qua della Cortina di ferro, la sola Maliñha ignorava ancora il “nichelino di freschezza.”
La cosa era tanto più sorprendente se si pensa che non solo milioni di americani assetati, ma anche gli abitanti di altri tre continenti hanno aggiunto la Cool-o alle necessità vitali, dopo altri contributi del Nuovo Mondo quali le patate e le sigarette.
Gauchos argentini e scozzesi con il kilt, beduini dal naso adunco e ballerine brasiliane, sikh e samoani, celti e copti, hanno elevato la bottiglietta verde della Cool-o a un’abitudine quotidiana, per la rabbia dei vinificatori e la disperazione dei distillatori. C’è un distributore della bibita (“Rinfrescatevi con la Cool-o”) anche all’aeroporto di Reykjavik, e il familiare marchio verde è stampigliato sulle gondole che solcano il Canal Grande.
Memori di ciò che la Compagnia delle Indie e quella della Baia di Hudson rappresentarono nel diciannovesimo secolo, e dell’impatto che hanno avuto la Krupp, la DuPont, la Standard Oil e la compagnia petrolifera anglo-persiana nella nostra epoca, gli analisti della politica internazionale hanno ben chiaro il ruolo globale dell’impero della Cool-o.