Cannes79 – Riprendersi la Storia: La bola negra dei “los Javis”, Javier Calvo e Javier Ambrossi

El corazón de un maricón es un oceano lleno de secretos

 

1937: l’esercito italiano bombarda per errore un paesino della Cantabria, mentre la banda locale aspetta i liberatori da festeggiare. Tra i musicisti, il giovane trombettista Sebastián (l’artista Guitarricadelafuente), che scampa alle bombe, si unisce ai falangisti e in un ospedale militare si affeziona al repubblicano Rafael Rodríguez Rapún (Miguel Bernardeau), calciatore di letture raffinate, segretario del gruppo teatrale La Barraca. Ma anche ultimo compagno del poeta e drammaturgo Federico García Lorca, morto circa un anno prima. Rafael affiderà a Sebastián il suo manoscritto di La bola negra. Un incompiuto che il film accenna ricostruendolo con alcuni flashback ambientati nel 1932, quando Carlos (Milo Quifes), sorta di proiezione di Lorca, cercava di essere ammesso, più per compiacere il padre, anche lui socio, in un circolo per soli uomini di Granada. E ne veniva escluso, per sospetta (ed effettiva) omosessualità. Ogni membro del comitato estrae una sfera di pietra nera (bola negra) per votare contro, una bianca a favore. Intanto a Madrid, nel 2017, il drammaturgo Alberto (Carlos Gonzáles) è convocato dall’esecutore testamentario per essere messo a parte delle ultime volontà del nonno, in Cantabria. Scoraggiato dalla madre Teresa (Lola Dueñas), in cattivi rapporti sia con il figlio oggi che col padre in passato, Alberto parte lo stesso, incuriosito. Poco a poco, i tre piani temporali si incontrano. 

 

 

Los Javis, cioè “i Saverii”, del cinema spagnolo sono Javier Calvo (1991), già attore e sceneggiatore, e Javier Ambrossi, 1984, entrambi madrileni. Con il loro secondo lungometraggio per il cinema, La bola negra, trasformano in immagini, agganciandolo all’attualità, il testo teatrale La piedra oscura di Alberto Conejero (qui co-sceneggiatore coi due), pubblicato nel 2013. Da quel testo sviluppano la storia di Sebastián e Rafael, affiancandole altre due linee narrative: una sull’opera inedita di Garcia Lorca che dà il titolo al film e un’altra contemporanea. Già dalla fase di scrittura si avverte la palpitante ambizione di questo melodramma tripartito (Sebastián 1937, Carlos 1932, Alberto 2017) che ha spiazzato la platea di Cannes e raccolto consensi. Oltre ovviamente alla Palma alla miglior regia, condivisa con Fatherland di Pawel Palikowski: un ex aequo che ha fatto inarcare più di un sopracciglio. Eppure, al di là del gusto o meno per l’esuberanza formale, la prolissità e la ricerca di più di un finale – tra il poetico, l’esplicativo, il mitizzante – vale la pena di ragionare sui motivi che hanno spinto Thierry Fremaux e il suo staff di selezionatori a offrire il concorso a un’opera seconda così fiammeggiante, fragorosa, sfacciatamente in cerca di una consacrazione e di un pubblico largo. Dopo l’esordio La llamada (2017), commedia di due ragazze ad un campo estivo di suore, e le serie Paquita salas, Veneno e Las Mesias, in cui hanno affinato le loro capacità produttive. 

 

 

Fatti di audace immaginazione, capacità di creare personaggi con pochi tocchi ed estetica esuberante, “los Javis” tentano di tenere insieme molto, verrebbe da dire troppo: dalla guerra a Grindr. Di tracciare una linea dell’omosessualità spagnola, antimachista e antifranchista, senza mai nominare il dittatore. Omissione ovviamente voluta, a fronte di lacerazioni in patria ancora sulle sue spoglie, solo in anni recenti traslate da Madrid. E insieme di farsi anche affresco storico-letterario, riconnettere il proprio Paese alla sua Storia, reinventarne l’epica di carne, sangue e flamenco. Ecco perché l’insistenza sui corpi: i soldati in un momento di sollievo in spiaggia, le ferite di Rafael, l’obesità di Alberto. Perfino la fuga blasfema di Sebastián sul corpo del santo omonimo, scalando il costato sulle frecce, come fossero scalini, suona come un atto creativo di restituzione. Se si ricorda che i corpi di García Lorca e di Rafael Rodríguez Rapún, come quelli di migliaia di spagnoli avversi al regime, non sono mai stati ritrovati, le scelte estetiche acquistano un altro senso. 

 

 
Diviso in una prima metà più coesa e convincente e una seconda più deragliante, in cui la scrittura pare incepparsi e ripete, La bola negra si candida a spartiacque nella carriera dei due Javier: il salto, l’affermazione in ambito internazionale sotto l’egida produttiva dei fratelli Almodóvar (ma non solo). Non tutto è perfetto. Apprezzabile, per chi scrive, la partecipazione speciale di Penélope Cruz nel ruolo della soubrette pro truppe Nené (in una quasi citazione di Carrà, dopo L’immensità di Crialese). Molto più dell’apparizione di Glenn Close come Isabelle Durand, scrittrice americana esperta di Federico García Lorca. Restano la fantasia, lo spregio per il mischiare i generi, una certa fluidità nell’incatenare a trame molto sentimentali. Non da ultimo, un radicato antibellicismo queer. Mentre Cannes li incorona, li si aspetta alla prova di un soggetto meno incandescente, più distante dalla loro memoria.